Mio padre se n’è andato nel giro di 46 giorni. Avevo vent’anni, lui sessantuno. Era un uomo grande e buono, un papà con la pancia, dagli abbracci grossi e pieni. Musicista, libero professionista e insegnante. Quando mi hanno detto che non c’era più nulla da fare, ho fatto di tutto perché il passaggio fosse quanto più indolore e dignitoso possibile”. Perché la malattia “rapida e impietosa lo aveva già trasfigurato, rendendolo piccolo come un ragazzino”. Lui, che gli studenti paragonavano sempre a Bud Spencer. Paola Stringa, cresciuta nella provincia di Cuneo e oggi avvocata di 34 anni a Torino, ripensa a quando ha perso il suo papà, Mario, e a come per amore ha portato avanti la sua idea di libertà rifiutando di vederlo sofferente, alimentato da un tubicino, perennemente sotto ossigeno. Contro chi, sempre per amore, continuava a ripetere: “Facciamo ancora qualcosa”. Paola si è sentita dire “sei come Peppino Englaro”, ma quelle parole le ha sempre portate come una medaglia. “È questa la motivazione che mi ha spinta ad aderire alla campagna per l’eutanasia legale” racconta a ilfattoquotidiano.it l’avvocato, tra i circa 1.600 autenticatori che in Italia stanno mettendo competenze e titoli a disposizione della causa del fine vita, aiutando a raccogliere le 500mila firme necessarie per il referendum promosso dall’associazione Luca Coscioni. Possono autenticare le firme avvocati, cancellieri, notai, parlamentari, sindaci, assessori, consiglieri comunali o regionali, dipendente comunali, ciascuno con le proprie competenze territoriali.

La sua scelta, in realtà, parte da lontano.
“Quando papà si è ammalato non avevo neppure finito il mio percorso di studi per diventare avvocato. Mi sono opposta con tutte le mie forze alla scelta dell’accanimento terapeutico perché non lo riconoscevo più e vedevo solo il suo corpo una volta così grande e forte che lo stava abbandonando. Si stava consumando. Ho capito allora che l’eutanasia legale è segno di civiltà, consapevolezza ed umana pietà. È morto il 15 gennaio 2011, dopo una vita piena e ricca di persone che gli volevano bene. Sono rimasta sempre sensibile al tema, mi sono informata, ho seguito le vicende che hanno visto protagonista Cappato e, non appena mi sono resa conto che potevo dare una mano, l’ho fatto”.

In questi anni, cosa ha provato quando leggeva di storie come quella di Fabiano Antoniani anche conosciuto come dj Fabo?
“Rabbia, provo rabbia. Trovo assurdo che se un animale domestico è malato e non ha più alcuna possibilità di guarire, posso portarlo dal veterinario per fare in modo che smetta di soffrire, mentre devo restare a guardare una persona cara mentre si spegne come una candela al vento, magari fra sofferenze indicibili e senza alcuna dignità. Trovo assurdo che una persona non possa decidere della sua vita. Ci sono due canzoni che parlano di morte e che mi hanno sempre molto colpito. In Un matto, riferendosi a una persona che si è suicidata in un ospedale psichiatrico, Fabrizio De André canta ‘e senza sapere a chi dovessi la vita, in un manicomio io l’ho restituita’, come qualcosa che non è nostro, che non ci appartiene, ma che solo ci attraversa. E poi Catene dei The Zen Circus: ‘Avrei voluto dirle, avrei voluto urlare, davanti a tutti quanti in quella stanza d’ospedale, che finalmente libera, poteva volare’”.

Ma cosa si sente di dire a chi non la pensa come lei? A chi vorrebbe lottare fino alla fine, a qualunque costo?
“A chi non la pensa come me, vorrei dire che questa possibilità non verrà certo negata dal referendum o da una legge. Si vuole far sì, però, che tutti abbiano facoltà di scelta e che non sia punibile l’eutanasia attiva, con cui vengono somministrati farmaci che provocano la morte del paziente (quella passiva, che avviene con la sospensione delle cure necessarie alla sopravvivenza, è già tutelata dall’articolo 32 della Costituzione e dalla legge sul Biotestamento del 2017, ndr). A chi, invece, è già convinto che sia necessario garantire il diritto di scelta, voglio dire di farsi avanti e sostenere la causa, perché basta davvero poco. E dato che in tutti questi anni la politica si è voltata dall’altra parte, ora tocca a noi fare in modo che questo diritto sia garantito a tutti, a prescindere da cosa si decida poi di fare”.

Oggi gli avvocati possono raccogliere e autenticare firme in modo autonomo, con i propri contatti, amici, parenti, clienti o in coordinamento con il Comitato promotore del referendum. Ma cosa occorre fare per diventare autenticatori?
Bisogna inserire i propri dati sul sito ufficiale sul quale è possibile trovare anche un testo da utilizzare per comunicare al proprio ordine di appartenenza la volontà di esercitare questa competenza. Fatto questo, però, non è necessario aspettare alcuna autorizzazione. E poi bisogna dare un minimo di disponibilità a chi organizza i tavoli. Nel caso degli avvocati la competenza è nazionale, quindi si possono autenticare firme in tutta Italia. Si può aspettare di essere contattati da un referente territoriale oppure, come ho fatto io, prendere l’iniziativa. E se nella propria area non ci sono referenti, ci si può candidare. Personalmente ho partecipato a una riunione dell’associazione Luca Coscioni su Zoom e ho scritto subito dopo, così il referente mi ha contattata. Si possono raccogliere firme ai tavoli, negli studi di avvocati e notai, negli uffici comunali o durante gli eventi, che poi vengono riportati sul sito, in una mappa ad hoc. Dunque sono tante le cose che si possono fare, come aiutare i volontari a organizzare tavoli, eventi, invitare i propri contatti con il passaparola, trovare luoghi adatti”.

Come sta andando?
“A Torino e in Piemonte bene. In un banchetto di tre ore si possono raccogliere tra le 250 e le 270 firme, ma si potrebbe fare molto di più in un Paese come il nostro, dove ci sono tantissimi avvocati. La verità è che i miei coetanei firmano di meno. I più motivati sono le persone anziane, forse stanche di vedere le persone della loro età che si spengono senza dignità e, soprattutto, i giovanissimi, i ragazzi nati tra il 2000 e il 2003, che vengono super informati e spesso portano con sé anche i genitori. Quando qui sono state avviate le firme, si sono presentati tantissimi ragazzi che avevano fatto la maturità e alcuni di loro avevano preparato una tesina proprio sull’eutanasia legale. Quello che sta accadendo è molto bello, soprattutto dopo 18 mesi chiusi in casa, perché si viene a contatto con tanta umanità e con persone che hanno voglia di mettersi in gioco. C’è gente che, senza aver dato alcuna disponibilità, si è fermata ed è rimasta a fare volantinaggio per tutta la sera”.

C’è qualcuno che vi attacca?
“In generale, anche chi ha opinioni discordanti, le esprime con il dovuto rispetto. Mi è capitato di trovare in mezzo ai volantini un passo della Bibbia. Io credo che sia comunque un bene parlarne in un senso o nell’altro e credo che per tutti, indistintamente, sia importante firmare le Disposizioni anticipate di trattamento (Dat), con cui su esprimono le proprie intenzioni in materia di trattamenti sanitari e, quindi, il diniego ma anche il consenso rispetto ad accertamenti diagnostici o terapie. La libertà di scelta, ancora una volta, come dieci anni fa, sta guidando le mie azioni. E in questo cammino mi è capitato qualcosa di magico. Il giorno di San Giovanni stavo raccogliendo firme quando è arrivato il signor Mario, lo stesso nome di papà. Con la barba come spesso la portava lui e un documento di identità con la sua stessa data di nascita: 4 settembre 1949. Mi sono dovuta fermare, l’ho guardato e gli ho chiesto la conferma. “Sì, sono Mario e sono nato il 4 settembre 1949”, mi ha risposto. In quel momento c’è stato un boato. Era arrivato Marco Cappato.

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