Quello di vent’anni fa a Linate è stato il peggior disastro aereo della storia italiana. I numeri delle vittime sono impressionanti: 104 passeggeri del volo Sas, 6 componenti dell’equipaggio, 2 passeggeri del velivolo Cessna che gli tagliò la pista, 4 lavoratori della Sea.

Il processo, iniziato il 20 novembre 2002, si è chiuso dopo sei anni. Il 20 febbraio 2008 la Cassazione ha confermato 5 condanne: per disastro aviatorio colposo e per omicidio plurimo colposo furono condannati a 6 anni e 6 mesi Sandro Gualano, ex amministratore delegato dell’Ente Nazionale di Assistenza al Volo (Enav), e a 3 anni l’uomo radar Paolo Zacchetti. Fabio Marzocca, ex direttore generale di Enav, ha patteggiato in appello 4 anni e 4 mesi chiedendo l’affidamento ai servizi sociali. Tre anni di reclusione, infine, per Antonio Cavanna e Lorenzo Grecchi, dirigenti Sea.

La Suprema Corte ha messo in questo modo la parola fine alla strage avvenuta l’8 ottobre del 2001, ma non al dolore per quei 118 morti.

Domenica scorsa, il disastro del monoelica partito sempre da Linate, precipitato a terra a San Donato provocando la morte delle otto persone a bordo – proprio nella via che, per incredibile coincidenza, era intitolata al ricordo della strage dell’8 ottobre – ha risvegliato la nostra memoria e le nostre coscienze sulla sicurezza nel settore dei trasporti, quasi a voler rafforzare le celebrazioni che sarebbero avvenute nei prossimi giorni.

Come se non bastasse la presenza dell’unico sopravvissuto di quel terribile incidente, che il ricordo di quel giorno maledetto se lo porta addosso. Pasquale Padovano prese fuoco nel deposito bagagli posto incredibilmente quasi davanti alla fine della pista dove andò a schiantarsi l’aereo della compagnia svedese. Con l’85% del corpo ustionato e dopo 108 interventi chirurgici, oggi continua la sua vita. Ripensando a quel terribile incidente, in un’intervista del 2018 Padovano disse: “Per il Ministro Giulio Tremonti la sicurezza sui luoghi di lavoro è un lusso che non ci possiamo permettere”.

Così come non si possono dimenticare le parole del Cardinale di Milano Carlo Maria Martini, che in una messa solenne in Duomo pronunciando parole di conforto per i parenti delle vittime fece accuse profetiche: ”Una tragica serie di errori, negligenze e fatalità ci ha fatto entrare improvvisamente in una situazione di buio, lacrime, lacerazioni e lutti”.

A causa di un radar di terra non funzionante (allora già operativo a Malpensa, Fiumicino e in tutta Europa), il piccolo Cessna non ha visto, nella nebbia profonda di quel mattino, il segnale luminoso di stop acceso sulla pista: tuttavia, dalla torre di controllo non gli è stato inibito l’ingresso a metà pista.

Anche oggi, il tema della sicurezza in tutti i settori dei trasporti e delle infrastrutture è fin troppo ricorrente, come dimostrano gli incidenti della funivia di Stresa, del crollo del ponte Morandi e i disastri ferroviari di Pioltello (Milano) e Tavazzano (Lodi), tanto per citare i più recenti.

Non si tratta di casi eccezionali, bensì di fenomeni che hanno un’origine comune, e che chiamano in causa precise responsabilità per le carenze nella vigilanza delle infrastrutture fisiche (strade, autostrade) e dei sistemi operativi (di ferrovie, aeroporti e porti). Sistemi che necessitano non solo di manutenzione e continuo ammodernamento, ma anche di professionalità da parte di chi li gestisce.

Carenze accertate dai giudici, nel caso di Linate: il radar di terra – guasto da due anni – e l’errata gestione dei voli quella mattina sono stati determinanti. Prima che intervengano i giudici, però, la prevenzione deve essere esercitata da chi affida in concessione e dai concessionari che gestiscono importanti infrastrutture pubbliche: cioè dal ministero competente, ora pomposamente denominato ministero della Mobilità sostenibile.

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