Valsecchi, lei fa il produttore da trent’anni e ora si è inventato i-Talent Factory, la prima accademia cinematografica on line per studiare con i grandi del cinema. Talento è la parola chiave: come si riconosce?
Da quello che una persona dice e da come lo fa. Dalla passione, la forza, la tenacia, la contemporaneità e soprattutto dall’emozione che trasmette. Ma non è così facile riconoscerlo: è un grande allenamento mentale, bisogna stare sempre sul pezzo, essere degli abili scalatori.

È più importante la passione o la fortuna nel suo lavoro?
Entrambe. Senza fortuna, ti manca un pezzo. Senza passione non vai da nessuna parte. Senza tenacia e resistenza, sei fottuto.

Cos’è la passione per lei?
Riuscire a realizzare ciò che al primo sguardo appare impossibile. È una sfida continua e io ho sempre amato le sfide.

Nel 1991 Pietro Valsecchi e la moglie, Camilla Nesbitt, fondarono la TaoDue che in trent’anni è cresciuta fino a diventare una delle case di produzione televisive e cinematografiche più importanti d’Italia. Ha prodotto una ventina di film – sua l’intuizione di portare Checco Zalone sul grande schermo -, una cinquantina di serie tv (Distretto di Polizia, Ris, I Liceali e Rosy Abate, solo per citarne alcune) ma nel cassetto ha ancora 160 nuovi progetti. Valsecchi è uno di quelli abituati a mordere la vita, e il lavoro, a nutrirsi del confronto con i grandi artisti, ad avere una visione delle cose e a creare cose nuove. L’ultima nata è un’accademia cinematografica on line, realizzata è distribuita con l’università telematica Pegaso, con una serie di docenti blasonati del calibro di Sorrentino, Verdone, Cortellesi, Bellocchio, Tornatore e altre super star. «Ma è un’università democratica: a prezzi abbordabili si ha accesso a materiali e insegnamenti unici», spiega a Fq Magazine, ripercorrendo la sua lunga carriera.

Prima di diventare produttore, lei era un attore. Arrivò a Roma a metà degli anni ’70 con il sogno di sfondare: chi era il giovane Valsecchi?
Un ragazzo della provincia che aveva voglia di inseguire il suo sogno, per quanto non lo avessi nemmeno messo bene a fuoco. Avevo in tasca solo 500 mila lire ma non me ne fregava niente: giravo per i cineforum, abitavo sopra al Beat ‘72 che era uno dei luoghi d’incontro e simbolo dell’avanguardia teatrale.

Che aria si respirava in quella Roma?
Aria frizzante, di entusiasmo. Al Pantheon trovavi quelli del cinema, a Piazza del Popolo incontravi Schifano e Tano Festa. Il mio pensiero fisso era: «Devo imparare ancora tutto, altro che le lezioni del Dams». Avevo sete di conoscenza e non avevo paura: sapevo che Roma sarebbe stata la mia città.

Oggi è più facile di allora cogliere le opportunità per imparare il mestiere del cinema?
Secondo me no. Per questo mi sono inventato I-Talent Factory, un progetto che ho pensato per chi vuole formarsi nel mondo dello spettacolo, del cinema, del teatro e della televisione, studiare e mettersi in gioco nelle varie discipline, dalla produzione alla regia, dalla scrittura alla recitazione. Se sei un talento, questa scuola ti sarà utile.

L’idea com’è nata?
Durante il lockdown non riuscivo a stare fermo con la testa, volevo realizzare qualcosa per i giovani, per aiutarli a fare il salto. E pensavo che per farlo non ci fosse bisogno di arrivare fino a Roma, fare i camerieri pagati poco e male e dormire in cinque in una stanza. Me la sono immaginata come una vera e propria università.

Non bastano le scuole di cinema, i master e i corsi universitari già esistenti?
Ma qui ho messo il mio bagaglio, la mia esperienza, le mie conoscenze. C’è sempre bisogno di spunti e di energia nuova, i talenti devono avere un terreno fertile dove crescere. E questo lo è. Per me è più una missione che un business. Sono quarant’anni che scommetto sui giovani: sa quanti ne sono usciti dalla TaoDue che oggi occupano ruoli creativi e manageriali di primo piano nel mondo del cinema e della tv?

Nella sua università telematica ha coinvolto tanti big, da Verdone a Zalone, e poi ancora agenti, montatori, sceneggiatori.
Volevo una pluralità di sguardi, un approfondimento in tutti i settori per far comprendere che fare cinema non significa solo fare lo sceneggiatore o il regista. Da Sorrentino alla Cortellesi, passando per Mario Gianani e Riccardo Tozzi, e hanno detto tutti sì, così come l’amico Danilo Iervolino, fondatore e presidente dell’Università Telematica Pegaso. Il risultato sono tanti moduli didattici divisi in categorie e discipline, corsi da 250 a 500 ore, che offrono un approccio concreto per capire l’industria collettiva del cinema e della tv.

E qual è oggi lo stato di salute di questa industria collettiva?
È in sofferenza, a causa della visione miope di una certa politica e di una certa imprenditoria: non tutti hanno capito che l’industria culturale è un settore chiave per l’Italia e molti lo hanno lasciato a sé stesso. In tanti ancora non hanno compreso che attraverso le storie che raccontiamo possiamo conoscere meglio il nostro paese.

Storie è una delle sue parole feticcio, una di quelle che usa più spesso nelle interviste.
Perché le storie per me sono il nodo centrale di tutto. Ogni mio progetto parte da una storia forte e da personaggi chiave, molti dei quali si sono sacrificati per il paese. Per me è un errore scegliere un regista che privilegia il suo ombelico rispetto alla storia e ai personaggi da raccontare. Il pubblico se ne accorge e fugge e questo può diventare un problema.

Un buon produttore è più un visionario o più pragmatico?
Senza visione non vai da nessuna parte, senza pragmatismo resti un sognatore. E a me piace toccarli con mano i sogni. Io penso al lavoro in maniera ossessiva, anche stamattina alle 4,30 già prendevo appunti. Basta un’emozione, una sensazione, uno spunto inatteso. Una volta ero a Parigi con i miei figli e mi sono ritrovato per caso a spiegargli chi era Borsellino: loro avevano 5 e 7 anni, mi guardavano stupiti e volevano capire. Appena sono rientrato in Italia sono andato a Palermo a trovare Manfredi Borsellino e insieme a Fiammetta e a sua madre mi hanno dato la possibilità di raccontarlo.

A proposito di intuizioni, capì subito che Checco Zalone sarebbe stato perfetto anche per il grande schermo?Bisognava essere totalmente miopi per non capirlo. Una sera mio figlio Filippo era davanti alla tv e mi disse: «Vieni che ti faccio vedere uno che mi fa molto ridere». Aveva ragione, era un grande talento, lo contattai subito e gli dissi: «Sei il più grande di tutti e voglio fare un film con te».

Chi è per lei Zalone?
Prima di tutto un amico, un grandissimo artista, un uomo sensibile, un cacadubbi straordinario che ti spiazza sempre. Ce ne vorrebbero dieci come lui per far volare il cinema italiano, ma purtroppo ad oggi è un’eccezione.

Dopo Tolo Tolo – 46,2 milioni di euro incassati al cinema – state già lavorando al prossimo film?
Luca sta facendo il suo percorso, sta scrivendo e i suoi tempi vanno rispettati. Quando sarà pronta la sceneggiatura, deciderà come e quando fare il film. Non è un jukebox.

A proposito di cinema, incassi e capienze. Il Cts ha dato il via libera alle capienze all’80% delle sale. Soddisfatto?
Intanto aspettiamo l’approvazione del decreto, che è slittata. Poi bisogna ragionare sul fatto che la crisi delle sale cinematografiche è iniziata ben prima del Covid. Una volta il cinema era un luogo importante nella vita delle persone, ci coltivavi le emozioni, ci vivevi dei momenti speciali. Io il lutto per la perdita di mia madre l’ho elaborato in sala, ad esempio. Dobbiamo capire perché la gente ha smesso di andarci: per come erano concepite, non sono più attrattive.

E lei adesso come se le immagina?
Come luoghi capaci di innescare un movimento culturale, perciò vanno fatte vivere anche oltre il momento della proiezione con incontri, eventi. Devono essere dei luoghi di aggregazione. E poi devono essere più confortevoli sennò, a meno di un film straordinario, è difficile che uno scelga di uscire di casa. In ogni caso, prima di tornare a incassi decenti passerà molto tempo.

Torniamo a lei: a cosa sta lavorando con la TaoDue?
Il prossimo anno ricorre il trentennale delle stragi in cui furono uccisi Falcone e Borsellino. Oggi i processi e le nuove rivelazioni ci hanno consegnato delle verità aggiunte che vorrei raccontare. Che ruolo hanno avuto i servizi segreti e la Cia deviata? Siamo sicuri che Brusca abbia premuto da solo il pulsante della strage di Capaci? Come sarebbe oggi l’Italia se loro fossero ancora vivi? Sarà una serie in quattro puntate.

Lei ha prodotto spesso serie e film tv sulla mafia. Hanno dato fastidio a qualcuno?
L’ho fatto e continuerò a farlo perché mi piacciono la tv e il cinema militante. Certi progetti hanno dato fastidio a molti, cioè a quei politici, avvocati e giudici corrotti. Quando uscì il Capo dei capi, Totò Riina si lamentò di una scena con la moglie Ninetta Bagarella. A quel punto, lei capisce, non preoccuparsi è impossibile, anche se la passione è più forte della paura.

Poi schivò una bomba.
Sì, quando realizzai un film su D’Antona e Marco Biagi. Un giorno ero in ufficio e mentre stavo parlando al telefono mi affacciai alla finestra e vidi entrare un corriere con un mazzo di crisantemi. Intuii immediatamente il pericolo, lo bloccammo per la strada e arrivarono i carabinieri che evacuarono la strada e il palazzo e, per nostra fortuna e degli artificieri, era una bomba rudimentale.

Tornando ai nuovi progetti, ce n’è uno a cui sta lavorando con Claudio Amendola.
Si tratta di una serie in sei serate, molto pop e larga, e la sta producendo mia moglie Camilla con la CamFilm. È la storia di un capo mafia che ha l’Alzheimer e non si ricorda i delitti commessi. Ho grande stima per Claudio che conosco dal suo esordio.

Ci sarà Rosy Abate 3?
No, è un capitolo chiuso. Ma due anni fa mi sono inventato Lady Corleone, che realizzeremo in collaborazione con la Clemart. Posso anticipare che la protagonista sarà Rosa Diletta Rossi: ha un carisma forte e una personalità che mi ricorda quella di Giulia Michelini.

State ragionando su Made in Italy 2?
Per ora no. Ma Camilla ha già in mente un’altra storia forte sul mondo della moda.

Prima che su Canale 5, la serie andò in onda su Prime Video. Collaborerete con altre piattaforme?
Per ora no, tranne che con Netflix, dove a novembre uscirà il film su Yara Gambirasio. È un progetto cui tengo molto e che Marco Tullio Giordana ha realizzato in maniera superlativa. Starà in sala per tre giorni poi arriverà sulla piattaforma. Mi ha lasciato senza parole la bravura di Isabella Ragonese.

Non ha invece mai prodotto nulla per la Rai. Dica la verità, le manca?
Mai dire mai, magari col partner giusto capiterà. Consideri che nel cassetto ho pronti circa 160 progetti

Dicono che lei sia uno dei produttori più potenti d’Italia. È così?
(ride) Magari lo fossi. Al massimo riesco a essere influente con le persone con cui condivido i progetti. Mi limito a quello. Non ho mai lavorato per arrivare al potere e non mi affascina: preferisco gli uomini e le donne intelligenti a quelli potenti.

Le hanno mai chiesto di fare politica?
Sì, molti anni fa ma ho detto di no. L’ho fatta da giovane, ho contestato il mondo con il movimento studentesco, ho fatto teatro nelle fabbriche occupate e anche nella Comune di Dario Fo e Franca Rame. La politica mi piace ma non avrei il tempo per prepararmi, sono troppo assorbito dal mio lavoro.

Prima parlava della Roma degli anni ’70, vitale e piena di cultura. Oggi come la vede e come la vive?
Mi incazzo ogni giorno, come tutti i romani, a vedere la città ridotta in questo modo. Peggio di così non si può: camminiamo tra i topi, schiviamo i gabbiani, tocca aspettare ore un bus che non passa. Ci vuole una rivoluzione e chi pensa che basti la fibra ottica per ammodernare la città, sbaglia: serve la fibra intelligente lì dove mancano i trasporti, i cassonetti sono pieni, i servizi non funzionano e la città è al limite del degrado.

E dal punto di vista culturale?
Roma è deserta culturalmente, non c’è un’iniziativa e non parlo solo delle robe fighette per pochi eletti del centro. Serve sprigionare cultura decentrata: lo vogliono capire che musica, arte, danza, gioco riportano in vita la partecipazione alla cosa pubblica? E ne abbiamo maledettamente bisogno per fermare l’avanzare continuo del degrado.

Cosa la diverte invece oggi del suo lavoro?
Il mio lavoro (ride). Tutto, dal produrre film a ideare nuovi format tv: mi piace palleggiare creativamente con i giovani, attraverso di loro capto la realtà.

Lei da giovane sognava di stare al centro della scena come attore: ha sublimato quella voglia facendo il produttore?
Se mi sta chiedendo se mi manca stare dall’altra parte della telecamera, la risposta è no. Feci una lunga gavetta teatrale, poi un film da protagonista prodotto da Bertolucci. Ma per quanto mi reputassero un bravo attore, capivo i miei limiti…e poi non amavo né propormi né le lunghe attese per elemosinare una parte, non fanno per me. Però il mio passato da attore mi è servito molto per capire, quando ascolto un attore, se è intonato, se è emozionante, se è finto o se ti ammalia e ti stupisce, e soprattutto se è un protagonista.

Mi dice l’ultima volta che ha pianto?
Mi sono commosso a Venezia, guardando l’ultimo film di Sorrentino. C’è dentro un privato così personale che alla fine diventa pubblico e di tutti. Paolo incarna al meglio il grande fermento cinematografico italiano di questi anni.

Lo produrrebbe un suo film?
(ride) Ci siamo sfiorati anni fa quando ha scritto per me un soggetto su Caruso, mai realizzato. Oggi ha un bravissimo produttore, perché cambiarlo?

Sua figlia Virginia ha firmato Speravo de morì prima, la serie su Totti. Che produttrice è?
Non sta a me esprimere un giudizio sui miei figli. Camminano da tempo con le loro gambe, Virginia come produttrice e Filo Vals come cantautore.

Il suo grande sogno?
Vorrei vivere il più a lungo per capire dove andrà il mondo e se ci sarà un leader finalmente capace di affrontare i cambiamenti climatici e accorciare le diseguaglianze sociali. Spero che questa mia affermazione non risulti utopistica, ma vorrei davvero lasciare ai nostri figli un mondo migliore di quello che stiamo vivendo in questo momento.

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