Nonostante l’armata di 13 liste che lo sostiene e una coalizione di centrodestra falciata dal Tar, il candidato sindaco giallorosa Gaetano Manfredi sa che il ballottaggio è più che probabile. Ed è da qui che bisogna partire per presentare le elezioni di Napoli. Dai punti di forza e di debolezza dell’alleanza Pd-M5s, che tra le quattro grandi città chiamate al voto si è realizzata solo a Napoli. Ci ha messo la faccia Giuseppe Conte, l’ex premier che sin dal primo minuto si è messo sottobraccio il suo ex ministro dell’Università e che monitora con attenzione, battendoli palmo a palmo, i 39 comuni italiani con più di 15mila abitanti nei quali l’intesa si è concretizzata. “Credo che l’obiettivo sia costruire questo laboratorio politico e Giuseppe è la persona perfetta per arrivare insieme alle elezioni politiche del 2023”, sostiene in sintesi il presidente della Camera Roberto Fico in un’intervista al Mattino di Napoli. Ecco perché Conte si è speso per Napoli ed ecco perché qui, al contrario di Roma, Milano e Torino, il voto che metterà fine a dieci anni di amministrazione arancione di Luigi de Magistris ha valenza nazionale e non solo locale. E restituirà notizie che si riverbereranno concretamente sul futuro dei rapporti tra il MoVimento e il Partito democratico.

I punti di forza sono diversi. Manfredi, ingegnere ed ex rettore dell’Università Federico II, un fratello già parlamentare ed attualmente consigliere regionale dem, è una miscela perfetta di civismo, intellighentia e appartenenza politica. È stato candidato senza versare il sangue delle primarie, che a Napoli sono state sempre sinonimo di scandalo e che il segretario dem Marco Sarracino ha subito escluso dal campo delle ipotesi. L’autorevolezza di Manfredi ha aiutato a ricostruire un dialogo tra dem e pentastellati dilaniati dagli scontri nella Regione Campania di Vincenzo De Luca. Ed ha messo ai margini le proteste dei M5s duri e puri, convogliati sulla candidatura di Matteo Brambilla, lo sconfitto del 2016.

E ci sono 13 liste a supporto tra partiti col simbolo e liste civiche di varia estrazione. Un punto di forza e di debolezza insieme. Perché per arrivare a questo numero monstre, Manfredi ha imbarcato di tutto: ex assessori di de Magistris – due persino nelle liste M5s – ambienti di ultrasinistra, i Verdi, una lista ispirata da un ex responsabile di Berlusconi, la lista di Clemente Mastella e quella di Vincenzo De Luca (i due sono alleati in Campania) e persino ex forzisti che hanno fiutato odore di vittoria, hanno fatto squadra coi renziani, ed hanno scaricato il centrodestra. Nella lista ‘Azzurri per Napoli’ figura un candidato molto vicino alla famiglia del discusso e plurindagato senatore di Forza Italia Luigi Cesaro. Manfredi come farà a metterli tutti d’accordo dopo? Senza dimenticare l’effetto boomerang del cappello messo da De Luca, che ha già indicato un nome per la giunta, l’ex questore Antonio De Iesu.

L’elettorato di centrosinistra pare non apprezzare del tutto, e questo spiegherebbe l’ampia tentazione al voto disgiunto. Ha due alternative. Puntare su Antonio Bassolino, che ha chiuso col Pd, il partito che aveva contribuito a fondare quando era il politico più potente della Campania. E si rimette in gioco con sei liste, forte solo di se stesso, delle sue 19 assoluzioni, di un legame fortissimo con la città e di un piccolo crownfunding che gli consente una campagna essenziale e priva di sfarzi, tra comizi di piazza, incontri nei circoli, nei caseggiati e nelle parrocchie e presentazioni del suo ultimo libro, ‘Terra Nostra’, a discutere dei problemi quotidiani. Oppure su Alessandra Clemente, leader di quel che resta dell’amministrazione de Magistris, in gran parte confluita nel centrosinistra giallorosa. Mentre Luigi de Magistris si è trasferito armi e bagagli in Calabria a combattere la sua battaglia per provare a diventare governatore delle terre di cui fu pm, Clemente è rimasta in città a presidiare un fortino che si stava svuotando e a condurre una campagna sui temi della legalità.

La corsa del candidato sindaco del centrodestra, il pm anticamorra Catello Maresca, è partita tardi ed ha accumulato ritardi. Mai digerito del tutto da Forza Italia, risentita dalle sue dichiarazioni contro i Cesaro e per la sua insistenza a dichiararsi civico, Maresca non voleva essere accompagnato dai simboli dei partiti. Non c’è riuscito e a poco gli è servito. I partiti ci sono, ma non sembrano un valore aggiunto. Fiumi di inchiostro si sono sprecati sulle lotte intestine. Della frattura tra gli azzurri ufficiali e quelli di Cesaro, si è detto. Due candidati di Fratelli d’Italia si sono presi a cazzotti e testate e uno ha trovato rifugio in una civica di Maresca. Una delle quattro liste poi bocciate dal Tar e dal Consiglio di Stato per gravi carenze di documentazione. Una di queste era la lista della Lega, ‘Prima Napoli’, l’unica sicura sconfitta sin da ora di queste elezioni. Un quadro desolante. Che ha indotto Giorgia Meloni, a Napoli per sostenere la lista di partito, ad evitare un incontro con Maresca. Il magistrato ora sente sul collo fiato di Bassolino. Il secondo nome di un eventuale ballottaggio non è scontato. Se ballottaggio ci sarà: l’armata Manfredi vorrebbe e potrebbe farcela già il 4 ottobre.

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