Quando pensiamo a Giuseppe Conte, la prima immagine che ci viene alla mente è quella delle dirette serali in piena pandemia, quando con empatia guidava una nazione sbigottita, istruendola sulle nuove abitudini da adottare, tenendola unita con la forza della speranza in un futuro luminoso, alla fine di un tunnel dal quale saremmo usciti presto.

Oggi quelle abitudini le abbiamo imparate e da quel tunnel, piano piano, stiamo uscendo. C’è un altro inquilino a Palazzo Chigi. Impartisce ordini con un ghigno, durante una conferenza stampa che inizia puntualmente e finisce molto presto. “Quali emozioni sta provando Mario Draghi?”, mi chiedo le rare volte in cui parla, mentre fisso il suo volto imperscrutabile.

Conte, per il suo modo di fare, è stato amato da milioni di italiani. Il contrasto con il suo successore tiene vivo molto di quell’affetto, a distanza di mesi dal cambio di governo. Ma gli italiani ammirano il Conte ex presidente o il Conte leader di partito? Le due cose sono molto diverse. Giuseppe Conte ha rinunciato all’incontaminatezza, è diventato un leader politico. Ed è diventato il leader di una forza, il Movimento 5 Stelle, caratterizzata storicamente da uno stile opposto al suo: estremista, sfacciato, spesso volgare. Come è giusto che sia per una forza antisistema, non disposta ad alleanze, post-ideologica.

Questo innesto può funzionare? A questa domanda molti rispondono indicando le piazze piene di questi giorni. Dal nord a sud, Conte fa il pienone a ogni tappa del suo tour, a sostegno dei propri candidati alle elezioni amministrative e regionali. Le piazze sono piene, l’affetto è tanto. Ma questo equivale a voti per il M5s? Non necessariamente. Le due cose – potrà sembrare strano – non sono collegate. Lo dice la storia, del M5s e non solo. Ne ha parlato pochi giorni fa anche il direttore Peter Gomez in una diretta con Martina Castigliani, che potete rivedere qui.

Gomez tocca il punto quando dice che Conte è amato come ex presidente del Consiglio, non solo dai 5 Stelle. Un bel segnale, è chiaro, che però non corrisponde necessariamente ai voti che riceverà il M5s. Le piazze sono piene per Conte, non per i suoi candidati (Virginia Raggi a parte ovviamente). In quelle piazze ci sono anche elettori del Partito democratico che continueranno a votare Pd, ci sono ex 5 Stelle che, come molti fuoriusciti o espulsi, continuano a stimare Conte anche se delusi dal nuovo M5s che ha dato l’appoggio a Draghi.

No, non sono le piazze il metro per misurare il successo dell’evoluzione del M5s guidato da Conte. Allora, l’operazione riuscirà? Il “vaffa” prende più voti. Se il M5s fosse rimasto quello del “vaffa” però, Conte non avrebbe potuto guidarlo con convinzione. Di questo Conte è consapevole e ha agito coerentemente. Prima di prendere le redini del Movimento, lo ha cambiato. Il cambiamento più importante impartito da Conte al Movimento è quello ideologico: il nuovo M5s è di centrosinistra. Questo cambiamento è la chiave di tutto, è ciò che rende possibile la guida di Conte.

I movimenti di protesta non si schierano mai pubblicamente a destra o sinistra, proprio perché non vogliono essere associati alla classe politica che contestano. Sono i giornali, di solito, a collocarli da qualche parte. Nel momento in cui non si è più anti-politica questo tabù cade, ci si apre alle alleanze con i partiti e si diventa quindi una forza moderata. Le forze moderate sono di centro: centrodestra o centrosinistra. Questo perché gli elettori moderati non votano i movimenti di anti-politica, ma i partiti tradizionali. Quelli moderati appunto.

In comunicazione politica, questo si chiama posizionamento politico e ci sono due lezioni principali. La prima è che non esiste un vuoto politico. Ogni campo ideologico viene occupato immediatamente da una forza politica, perché nel mercato elettorale c’è richiesta di proposte sui temi specifici di quel campo (per esempio sul dentro o fuori dall’Ue, sull’immigrazione, la difesa personale, i diritti Lgbt). La seconda lezione sul posizionamento politico di un partito è che non dovrebbero esistere sovrapposizioni. Un elettore può esprimere un solo voto. Se esistono due forze di centrosinistra, queste si sottrarranno voti a vicenda. Molto meglio sommarli, alleandosi. Questo è ciò che Conte ha fatto, col Pd, in alcune città e regioni.

Tecnicamente tutto corretto. Ma c’è un problema: le persone non sono computer e se il movimento o partito che ho votato in precedenza si schiera ideologicamente su un polo opposto al mio, io non farò altrettanto. Tradotto: gli elettori del vecchio M5s che erano moderati e di centrosinistra continueranno a votare M5s. Tutti gli altri saranno indecisi su chi votare, molti si asterranno, i restanti, ovvero quelli di destra, passeranno a Fratelli d’Italia e Lega, come hanno fatto alcuni eletti ex 5 Stelle.

Quindi, se il “vaffa” del vecchio M5s funzionava di più, ma quel movimento non esiste più perché Conte ha uno stile e un’ideologia politica diversi da quelli di Beppe Grillo – per intenderci –, come può fare il nuovo M5s di Conte ad aumentare i consensi? La soluzione è quella predicata da tempo da Pier Luigi Bersani: “Serve quello che io chiamo campo progressista, fatto da una sinistra ricomposta sulla base di un programma nuovo e il M5s portato a piena maturità della sua scelta. E in questo Conte può dare una gran mano”.

È inutile continuare a chiamare Movimento 5 Stelle una forza moderata, di sinistra, con toni, parole, modi e in buona parte programmi diversi da quelli del Movimento originario. Ed è dannoso dividere l’elettorato con l’altra forza moderata di sinistra, il Pd. Il sistema delle alleanze occasionali fra poco non funzionerà più, perché gradualmente il M5s, diventando di sinistra, perderà, come detto, il voto delle altre identità che ne componevano l’elettorato. Quindi non porterà più voti aggiuntivi al candidato condiviso col Pd.

Credo che tutto questo Conte lo sappia bene e che le elezioni del 3 e 4 ottobre, nei Comuni e nelle regioni dove M5s e Pd sostengono lo stesso candidato, siano il dato che le due forze politiche stanno aspettando per decidere se unirsi definitivamente o meno sotto lo stesso, nuovo, simbolo. E per giustificare l’operazione davanti all’opinione pubblica.

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