Dopo quattro anni di silenzio, con un lockdown e una pandemia in corso, Alessandro Mannarino ha deciso di sparigliare le carte spiazzando con le nuove sonorità brasilian funk e la dub-reggae di “V”. Un album dedicato agli uomini indigeni, alla donna “come una dea”, alla natura, ma soprattutto al riscatto e alla speranza con l’augurio che si torni all’essenziale e lontano dagli schemi precostituiti della società. Prodotto dallo stesso Mannarino, registrato tra New York, Los Angeles, Città del Messico, Rio De Janeiro, l’Amazzonia e l’Italia, la cover del disco raffigura una donna combattente, guerriera. L’immagine è l’unione di due elementi: la donna e la resistenza indigena fusi insieme in un’azione, quella di calarsi il passamontagna come per entrare in azione ma con atteggiamento pacifico.

Dal tuo ultimo disco “Apriti Cielo” nel 2017 ad oggi sono successe molte cose, lockdown incluso. Hai notato cambiamenti nel mondo della musica?
Il problema del mondo della musica è il mercato. La prima divinità reale del pianeta è il denaro, quando prima erano il cielo o gli esseri invisibili. Il denaro oggi decide tutto dalla politica all’economia, passando per le guerre. Anche nella musica il denaro ha un ruolo preponderante. Molti discografici e operatori ragionano sui pezzi per il fatto se funzionano o no per il mercato. Il panorama musicale ‘scimmiotta’ quello che va di moda. La mia scelta, con questo disco, è stata quella di andare più lontano possibile. Non volevo essere colonizzato né essere un colonialista.

I tuoi tour negli anni scorsi hanno totalizzato fino a 150mila spettatori ma i live oggi sono bloccati, com’è la prospettiva?
Questo disco si presta per essere suonato nei grandi spazi aperti, nella natura. Avevamo opzionato delle location ma non mi piace l’idea dei concerti a capienza ridotta, così non mi piace l’idea che tutti debbano indossare la mascherina, ma come fanno a cantare seduto e in quelle condizioni? Questo è un album dal vivo che si presta ad un rituale liberatorio. Per ora ci sono nove date fissate da febbraio 2022.

In che direzione va il nuovo album “V”?
Questo è un disco che vuole parlare all’essere umano tout court, di noi, della nostra forza e del fatto che dovremmo difenderci invece di lamentarci. Questa forza, parlo personalmente, l’ho trovata in radici lontano.

È per questo che sei “fuggito” nel centro dell’America e al Sud?
Sì. Il nostro Dna e la nostra formazione umana sono radicati perciò sono entrato in contatto con realtà indigene con radici forti. Così ho ritrovato un linguaggio comune irrazionale, esistenziale e ho capito che siamo come schiacciati dalle strutture sociali che ci sono state imposte culturalmente in questi secoli. Spogliandoci di tutto siamo quello che siamo realmente.

In “Amazonica” parli di lutti, foreste che bruciano e di una popolazione messa alle strette dal governo brasiliano. Come mai hai preso a cuore la questione?
Torniamo al tema del capitale, del denaro e dell’interesse economico che muove in questo momento gli equilibri delicati del Sud America. In questo momento i veri rivoluzionari sono gli indios che hanno un legame con le radici umani e un concetto di comunità che si avvicina all’ideologia socialista. In tutto questo c’è la natura che sovrasta tutto e tutti. Anche me.

In che senso?
La prima volta che sono andato in Amazzonia mi sono sentito rifiutato dalla natura. Sono andato vestito con le scarpe di plastica, con abiti non ecologici. Sentivo che la foresta mi voleva buttare fuori. Mi sono anche ammalato come quasi fossi un corpo estraneo.

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