La vicenda ricorda, per molti aspetti, quella delle relazioni pericolose tra la Cina e i vertici dell’Oms, sospettati di aver ritardato l’ufficializzazione della pandemia per non scontentare uno dei propri maggiori finanziatori. Ma a carico degli ex vertici della Banca mondiale non ci sono solo sospetti. Lo scandalo ha dimensioni tali che l’organizzazione internazionale nata nel 1945 ha deciso di terminare la pubblicazione del report Doing Business che fino allo scorso anno classificava 190 Paesi in base alla loro presunta competitività e appetibilità per gli investitori indirizzando le decisioni di banche e aziende. La ex managing director Kristalina Georgieva, che oggi guida il Fondo monetario internazionale, stando agli esiti di un’indagine interna condotta dallo studio legale WilmerHale ha fatto insieme all’ex presidente Jim Jong Kim indebite pressioni sullo staff perché nel report del 2018 migliorasse di sette gradini il posizionamento di Pechino rispetto a quello che le era già stato assegnato. Questo mentre Georgieva lavorava a un maxi aumento di capitale da 13 miliardi di dollari della Banca, che sarebbe andato in porto l’anno successivo con un significativo allargamento (dal 4,6 al 6%) della quota azionaria in mano alla Cina.

Il comitato etico dell’Fmi ha subito avviato un’inchiesta sulla sua numero uno, indicata per quel ruolo dai ministri dell’Economia europei, mentre il Tesoro statunitense (Washington resta il maggiore azionista della Banca) ha fatto sapere che è in corso un’analisi sui “gravi esiti” dell’indagine a carico dell’economista bulgara che è stata fino al 2016 commissario europeo per la Cooperazione internazionale e gli aiuti umanitari. Il rapporto di WilmerHale – che ha analizzato 80.000 documenti e intervistato decine di dipendenti ma non ha avuto accesso ai contenuti dei telefoni cellulari degli ex funzionari – svela infatti dettagli pesantissimi sul ruolo di Kim, della Georgieva e del suo consigliere Simeon Djankov nel richiedere e ottenere che la posizione della Cina fosse artificialmente gonfiata. Su sollecitazione di funzionari cinesi che in più occasioni avevano espresso malcontento per il ranking ottenuto dalla Repubblica popolare nel 2017, quando si era piazzata 78esima su 190 Paesi, e auspicato con i vertici il “riconoscimento” delle riforme fatte da Pechino.

Nella prima versione del report la Cina perdeva posizioni – La prima versione del report 2018, approvata il 16 ottobre 2017, vede la Cina scendere all’85esimo posto: nonostante per la Banca avesse messo a segno alcuni progressi “altri Paesi nella sua fascia di punteggio avevano fatto molto meglio“, come spiega il direttore senior dell’unità Economia dello sviluppo in una mail indirizzata a un funzionario dell’ufficio del presidente Kim, nominato da Barack Obama. “Jim non sarà contento se non c’è un piano per gestire le ripercussioni politiche“, avverte lo stesso giorno un altro membro dello staff di Kim. La questione va risolta. Il giorno dopo, in un meeting ad hoc con lo staff del presidente e dell’ad Georgieva, si discute come fare per abbellire il risultato. Arrivando addirittura a ipotizzare, su indicazione del “senior management” della Banca, di “incorporare dati su Taiwan e Hong Kong in quelli della Cina”.

Il ruolo di Georgieva e il “clima tossico” per lo staff – Il pomeriggio del 18 entra in campo la Georgieva in persona, bocciando “per ragioni politiche” l’ipotesi di sommare i risultati di Hong Kong e rimproverando un alto funzionario per “aver gestito male le relazioni della Banca con la Cina e non aver valutato l’importanza del rapporto Doing Business per il Paese”. A quel punto arriva l’accelerazione: si tenta una simulazione su cosa accadrebbe utilizzando, invece che la media delle città cinesi, solo i dati relativi a Pechino e Shanghai che presentavano i punteggi migliori, ma il trucchetto non è fattibile. Lo stesso direttore senior propone alla ad di aggiungere una “approfondita spiegazione su come la Cina abbia fatto progressi sostanziali” e sia stata scalzata solo in seguito agli “sforzi eccezionali” fatti da altri Stati. Proposta bocciata. Su richiesta dell’economista bulgara Djankov, descritto dagli impiegati come un “bullo” che creava un “ambiente tossico” e gestiva le persone attraverso “terrore e intimidazione“, prende le redini e lavora con il team che ha preparato il report per capire dove intervenire per dare a Pechino ciò che chiede.

Indicatori cambiati in corsa per modificare il risultato – I funzionari individuano singoli punti su cui sussistono “dubbi ragionevoli” tali da giustificare uno spostamento all’insù del punteggio. L’indicatore “Diritti legali” viene modificato, dando maggior peso a una legge per garantire la sicurezza delle transazioni. Altre due revisioni al rialzo vengono decise per gli indicatori “Avvio di un’attività” e “Pagare le tasse“: viene ridotto il tempo necessario per mettersi in regola con alcune normative. Il tipico indice per il quale la burocrazia italiana, per esempio, viene penalizzata. Alla fine si tirano le somme e, con un sospiro di sollievo, il punteggio torna a 78: come l’anno prima. Georgieva, che per WilmerHale ha “avuto un ruolo chiave nei cambiamenti sui dati cinesi”, va a cena da uno dei manager e lo ringrazia per l’aiuto nel “risolvere il problema“. Il 31 ottobre esce il rapporto e l’onore di Pechino è salvo. Insieme all’aumento di capitale necessario alla Banca.

L’Fmi e i deputati Usa chiedono chiarimenti – Georgieva venerdì ha diffuso una dichiarazione in cui si dice “in profondo disaccordo con i risultati e l’interpretazione” del team di indagine della Banca Mondiale “circa il mio ruolo nel rapporto del 2018”. E di avere “già avuto in proposito un primo incontro con il Board dell’Fmi”. Diversi deputati repubblicani Usa hanno chiesto chiarimenti ufficiali. Il ministero dell’Economia francese ritiene che il board del Fondo dovrebbe esaminare il rapporto, ascoltare quello che il direttore generale ha da dire e poi presentare le sue conclusioni. Nessun commento per ora dalle altre cancellerie che hanno scelto Georgieva per la guida dell’istituzione che negli ultimi anni ha tentato di smarcarsi dalle posizioni neoliberiste del passato.

“Il report incoraggiava politiche che peggiorano le disuguaglianze” – La decisione di sopprimere il Doing Business intanto fa esultare attivisti, ong e accademici firmatari lo scorso anno dell’appello Doing Rights not Rankings contro il rapporto responsabile di aver “incoraggiato politiche che hanno peggiorato le disuguaglianze” e depotenziato il welfare, gli standard ambientali e le regole sul mercato del lavoro. Ma restano molti interrogativi su cosa ne sarà della credibilità della Banca mondiale. “L’interrogativo maggiore è come, ammesso che sia possibile, potrà eliminare la corruzione al suo interno”, ha commentato su Twitter il numero uno di Tax Justice Network Alex Cobham.

Sull’attendibilità dei dati contenuti nel report c’erano molti dubbi ragionevolmente fondati già dal 2018, quando l’ex capo economista della Banca Paul Romer si è dimesso in polemica con il trattamento di sfavore riservato al Cile sotto la presidenza socialista di Michelle Bachelet per favorire invece Santiago dopo la salita al potere del conservatore Sebastián Piñera. Lo scorso anno la pubblicazione era stata sospesa in seguito alla segnalazione di “numerose irregolarità” nelle edizioni 2018 e 2020 anche riguardo ai punteggi assegnati ad Azerbaigian, Emirati Arabi e Arabia Saudita. La Banca ha riconosciuto che anche in quei casi ci sono state scorrettezze (vedi tabella a fianco) ma lo studio legale che ha condotto l’indagine – e preannuncia una seconda puntata sulle specifiche responsabilità di membri dello staff – non ha “trovato evidenza” di pressioni da parte del board, a differenza che per la Cina.

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