È finito al centro delle polemiche dopo le dichiarazioni di Donald Trump, che lo ha accusato di essere asservito alla Cina, e le accuse del Wall Street Journal per la mala gestione della pandemia di coronavirus. Ma chi è il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus? Etiope, 55 anni, a capo dell’Organizzazione mondiale della sanità dal maggio 2017. Ci è arrivato col voto favorevole di 133 paesi su 183 ed è il primo africano alla guida dell’agenzia Onu per la salute. Dietro, un fitto lavoro diplomatico dell’Unione Africana. Il voto è a scrutinio segreto, ma fra i suoi maggiori sostenitori c’è stata la Cina.

Nato ad Asmara, Eritrea, padre di 5 figli, Ghebreyesus ha un solido curriculum accademico alle spalle: una laurea in biologia, poi un master in Immunologia delle malattie infettive alla London School of Hygiene & Tropical Medicine, un dottorato in Community Health all’università di Nottingham; membro di diversi enti internazionali fra cui l’Aspen Institute e la Harvard School of Public Health. Ma la sua esperienza è stata anche politica: membro del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF), che confluì nel Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope (partito socialista di opposizione che nel 1991 ottenne la caduta del dittatore marxista Mengistu Haile Mariam), si ritrovò così nel governo di Meles Zenawi, che prese il potere e vi rimase fino al 2012. Fu in quegli anni che Ghebreyesus divenne dapprima consulente per la sanità pubblica, poi nel 2001 capo dell’ufficio sanitario regionale del Tigray, poi nel 2003 viceministro della salute e infine ministro della salute nel 2005. Sotto le sue direttive si registrarono notevoli riduzioni di aids e meningite e progressi nella pianificazione familiare. Promosse l’informatizzazione del sistema sanitario, la formazione di 30mila sanitari e la costruzione di 4mila centri di salute in tre anni.

Ma quel governo di cui faceva parte era violento e illiberale: vinse con brogli elettorali, incarcerò oppositori e giornalisti, represse le proteste nel sangue. Quando il premier Zenawi morì, nel 2012, il potere passò al suo vice, Haile Mariam Desalegn, che nominò Ghebreyesus ministro degli esteri. Tale rimase fino al 2016, proprio negli anni in cui l’Etiopia cresceva a livello internazionale, ma al suo interno soffocava con violenza le proteste delle componenti maggioritarie del paese, Oromo e Amara, contro la minoranza tigrina da sempre al potere e di cui lo stesso Ghebreyesus è parte.

Terminato il suo incarico di governo, Ghebreyesus si è poi candidato alla guida dell’Oms. Quando mancavano pochi giorni all’elezione, esplose il caso di tre presunte epidemie di colera che Tedros avrebbe insabbiato negli anni precedenti, facendole passare per “diarree acute”. Accuse volte a boicottare la sua elezione, secondo Ghebreyesus. Scriveva il Guardian nel 2007, in occasione di una delle tre infezioni, che “il governo etiope” aveva “compiuto seri sforzi” per affrontare la malattia, ma si era rifiutato di dichiarare ufficialmente l’epidemia per timore di ricadute su economia e turismo.

Pochi mesi dopo, il primo vero scandalo: Ghebreyesus nominò ambasciatore di buona volontà per l’OMS quel Robert Mugabe che tiranneggiava da decenni il suo paese, lo Zimbabwe. Dopo quattro giorni di feroci polemiche (Lancet lo definì “dittatore generale”), Ghebreyesus annullò la nomina. Un clamoroso passo falso: ma quando Tedros fu scelto come candidato, il presidente di turno dell’Unione Africana era proprio Mugabe. A posteriori, quest’episodio mostra un’idea di “lealtà”. “Principio” che potrebbe aver influito anche nelle scorse settimane, quando Tedros ha più volte elogiato la Cina per la sua “risposta decisa” al covid-19 o quando, la prima settimana di febbraio, si è espresso contro la chiusura dei confini e la sospensione dei voli. “Abile diplomazia”, secondo i suoi sostenitori, per non “rompere” con il soggetto chiave della pandemia. Ma in tanti leggono nelle sue dichiarazioni un asservimento alla Cina.

Intanto restano alcuni fatti inconfutabili: che prima di Ghebreyesus l’Oms sia stata guidata per un decennio dalla cinese Margaret Chan; che la Cina, fra i maggiori contributors dell’Oms, abbia promesso a Ghebreyesus appena eletto di raddoppiare i propri finanziamenti. Quello che è certo sono gli stretti, strettissimi rapporti che legano la Cina all’Etiopia, sede dell’Unione Africana e paese in cui Ghebreyesus ha per anni ricoperto ruoli politici di primo piano. Circa metà del debito estero etiope è nei confronti della Cina, che giusto un anno fa accettava di rinegoziarne i termini con il nuovo premier, il nobel per la pace Abiy Ahmed. Fra gli enormi investimenti cinesi in Etiopia, spiccano la costruzione della ferrovia Addis-Gibuti, un’opera da 4 miliardi di dollari con un enorme interesse strategico (a Gibuti si trova la prima base navale militare cinese in Africa) e la compartecipazione cinese nella tanto discussa maxi diga sul Nilo. Secondo l’agenzia Xinhua, sono 400 i progetti d’investimento cinesi già operativi nel paese, per oltre 4 miliardi di dollari. L’Etiopia è anche fra i partner chiave nella Belt and road Initiative.

Inoltre, Pechino vuole costruire in Etiopia un nuovo centro da 80 milioni di dollari per l’Africa Centers for Desease Control and Prevention: l’amministrazione Trump a febbraio ha dichiarato che, in tal caso, non finanzierà più il Centro, perché “i cinesi lo useranno per spiare gli africani”. Del resto, nel gennaio 2018 Le Monde denunciò che i sistemi informatici del nuovo palazzo dell’Unione Africana, dono della Cina, erano stati configurati con una backdoor che passava informazioni a server cinesi.

Lo scorso 15 gennaio, la compagnia aerea statale Ethiopian Airlines, fra le poche ad aver mantenuto voli con la Cina, ha annunciato la costruzione di un nuovo aeroporto della capacità di 100 milioni di passeggeri. Il progetto, nel cassetto da anni, prevede investimenti per 5 miliardi di dollari, che non si sa chi da chi verranno. Intanto il patron di Alibaba Jack Ma ha annunciato la donazione di dispositivi di protezione integrale a tutto il continente africano, proprio tramite Ethiopian. Il premier Ahmed provvederà alla distribuzione agli altri Paesi. Arrivato a fine marzo un primo lotto da 108 tonnellate di kit, mascherine e tute protettive.
Fatti che non dimostrano l’eventuale influenza della Cina sulle decisioni dell’etiope Ghebreyesus. Ma di certo sollevano domande.

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