L’uscita di scena di Alitalia rischia di portare in dote pesanti ricadute. Non tanto per i passeggeri che dovrebbero essere rimborsati da un apposito fondo creato dal governo Draghi con una dotazione da 200 milioni. O magari potranno volare con Ita. Ma soprattutto per i fornitori. E poi anche per l’intero sistema di controllo sugli aiuti di Stato. A Bruxelles, infatti, la decisione della Commissione europea di definire aiuti di Stato il prestito ponte deciso nel 2017 dal governo Gentiloni è diventato il casus belli nel dibattito sul ruolo della vigilanza in materia di concorrenza. Non tanto per i tempi di restituzione dei 900 milioni di denari pubblici, che normalmente dovrebbero rientrare nel giro di sei mesi, ma per il modo in cui si è mossa la Commissione.

“Qui a Bruxelles tutti gli osservatori sono stupiti. Si domandano per quale ragione la Commissione abbia deciso di entrare nella vicenda Alitalia a più di quattro anni di distanza dai fatti. Tutti si chiedono quale sia la ragione per la quale si è voluto fare un favore ai governi italiani del 2018 e del 2019 (da Gentiloni a Conte) quando era chiaro che il prestito ponte era un aiuto di Stato che peraltro ha fatto scattare anche le denunce di altri Paesi e di altri vettori” racconta Fabio Colasanti, economista ed ex direttore generale dell’Information society alla Commissione europea. “Gli aiuti di Stato non sono di per sé illegali, ma sono concessi da Bruxelles a condizione che ci sia una ristrutturazione della compagnia che ne beneficia – prosegue – Nel caso Alitalia, la Commissione non è intervenuta quando avrebbe dovuto, ma ha deciso di farlo solo ora che i giochi sono fatti. A questo punto, l’intervento mi sembra serva solo ad aiutare l’attuale governo nella trattativa con i sindacati”. A suo dire, la Commissione “si è piegata per fare un favore politico ai governi italiani”.

Una situazione che non è piaciuta agli altri Paesi e che rischia di diventare il pomo della discordia nel dibattito sulla riforma delle istituzioni comunitarie. “Dal punto di vista della compagnia, la questione non cambia nulla se non per i fornitori. I biglietti saranno trasferiti su Ita per le tratte esistenti, quelli invece su tragitti che non esistono più saranno rimborsati dal fondo pubblico da 200 milioni voluto dal governo Draghi – prosegue – Ma sotto il profilo politico, la questione Alitalia apre un confronto serrato sul ruolo della Commissione in materia di concorrenza”. Già da tempo infatti si discute della possibilità di sfilare alla Commissione questa specifica competenza per creare un organismo autonomo composto da magistrati che possano esprimersi liberamente sul tema degli aiuti di stato e delle violazioni alle regole sulla concorrenza. “C’è da scommettere che ora che si parla di riforme, l’argomento salterà fuori”, conclude.

Per quel momento però Alitalia non ci sarà più. Nel mezzo di tanta confusione Ita ha nuovamente incontrato i sindacati per decidere il da farsi. La società presieduta da Alfredo Altavilla vorrebbe procedere alle 2.800 assunzioni (su 10.500 lavoratori) in vista dell’avvio delle attività il prossimo 15 ottobre. L’azienda è però intenzionata a dare una sforbiciata al costo del lavoro fra il 30 e il 40 per cento che i rappresentanti dei dipendenti rifiutano. I sindacati hanno domandato un incontro al Ministero del Lavoro per chiedere un’estensione della cassa integrazione al 2025.

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