Nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321 muore a Ravenna Dante Alighieri. Il sommo poeta, oltre a essere l’autore della Divina Commedia fu anche un uomo in carne e ossa, legato alle leggi della natura che prevedono un ciclo vitale che ha sempre un inizio e una fine. Questa è una certezza.

È sul quel che è accaduto ai resti di Dante (e non solo a quelli) dopo la sua morte che cominciano le incertezze, i dubbi e i timori che da sette secoli riguardano il “ghibellin fuggiasco” dopo la sua morte e ai quali la scienza potrebbe porre fine o almeno provarci. Per ricostruire alcune delle vicende post mortem di Dante ci siamo rivolti a Giorgio Gruppioni, già ordinario di antropologia dell’Università di Bologna, campus di Ravenna.

Come scritto, nella notte tra il 13 e il 14 settembre Dante Alighieri muore a Ravenna: qui era ospitato da tempo da Guido Novello da Polenta per il quale svolgeva spesso delle missioni politiche. Una di queste lo condusse a Venezia poiché questa era in lotta con Novello a causa di attacchi continui alle sue navi da parte delle galee ravennati. Così il doge, contrariato, si era coalizzato con Forlì per muovere guerra a Guido Novello che, ben sapendo di rischiare grosso, inviò Dante nella città lagunare affinché intercedesse per lui davanti al Senato. Dante riuscì a evitare lo scontro, tuttavia durante il rientro a Ravenna contrasse la malaria le cui febbri gli causarono la morte a soli 56 anni.

Non è assolutamente certo che sia stata la malaria la causa mortis di Dante – afferma Gruppioni parlando al Fattoquotidiano.it – Mancano perfino documenti che provino sia la decisione di Novello di inviare Dante a Venezia, sia la presenza del sommo poeta nella città lagunare. L’unico documento che afferma che Dante muore dopo esser tornato da Venezia è la Cronica di Giovanni Villani, così come Giovanni Boccaccio, che pure si era documentato sulla permanenza di Dante a Ravenna, non fa menzione di Dante che va a Venezia. Infine va attribuita a Stefano Cavazzuti, un medico dell’Ottocento, l’affermazione che la morte di Dante sia stata in seguito alla malaria, semplicemente perché invece di tornare per mare, sempre che a Venezia ci sia andato davvero, Dante sarebbe rientrato via terra attraversando le valli di Comacchio, dove era facile essere punti dalle zanzare. Ma si tratta solo di un’ipotesi – conclude Gruppioni – non suffragata da documenti”.

C’è poi la questione delle ossa, ricca di storia, ma anche di stranezze, perché Dante non ha avuto pace neanche da defunto. Si sa che dopo la morte, le spoglie di Dante furono conservate per quasi due secoli nella Chiesa dei Frati minori di Ravenna. Durante questo periodo i fiorentini tentarono di riavere indietro da Ravenna le ossa di Dante. La prima volta fu il 23 dicembre del 1396, quando a Firenze viene fatto “solenne proposito di elevare a Dante e altri illustri Toscani dei Mausolei nel tempio di S. Maria del fiore, stabilendo di richiederne le Ossa loro a quanti le possedevano” come si legge in un testo ravennate del 1870. La seconda risale a circa 33 anni dopo quel primo tentativo: “Nel 1429 la Signoria di Firenze, avea chiesto, per la prima volta, ad Ostasio, signore di Polenta, il corpo di Dante volendogli innalzare un monumento. Ostasio oppose un netto rifiuto” come indica un volume del 1921. Poteva avere maggior fortuna la supplica che una ventina di accademici fiorentini – e tra essi vie era anche Michelangelo Buonarroti che si era perfino offerto di realizzare il monumento funebre al sommo poeta – rivolse a Papa Leone X (il primo dei tre pontefici medicei) nel 1519. Solo che i monaci del vicino convento di San Francesco – forse tra il 1515 e il 1519 – rimossero segretamente le ossa di Dante ponendole in un luogo non noto del monastero stesso. Qui rimasero probabilmente per altri tre secoli, ovvero fino alle napoleoniche soppressioni degli enti ecclesiastici del 1810, quando i resti del poeta furono nuovamente traslati in una “accecata porticina del cimitero di Braccioforte” dove furono – quasi miracolosamente, perché non ricercate – rinvenute nel 1865, guarda caso proprio in occasione del sesto centenario della nascita di Dante. Tra l’altro fu proprio allora che un maldestro operaio che prese parte al rinvenimento – tal Maurizio Pancerasi di Bologna – sottrasse alcuni frammenti di ossa di Dante e tentò di venderli al Comune di Firenze, salvo poi ricavarne l’intimazione da parte del Gonfaloniere fiorentino “a rimettere senza dilazione al Sig. Sindaco di Ravenna i due frammenti delle ossa […], avvertendo che qualora non si uniformasse a questo invito il Gonfaloniere di Firenze darà comunicazione del citato biglietto a chi si spetta”. E l’operaio chiese scusa.

Più di mezzo secolo dopo, la sepoltura di Dante fu sottoposta a una ricognizione che si svolse tra il 28 e il 31 ottobre 1921 e grazie alla quale ci resta il volume Dantis ossa –
scritto da Fabio Frassetto e pubblicato nel 1933 – che a tutt’oggi resta il più recente e completo studio sulle caratteristiche fisiche di Dante. La ricognizione, ovviamente, non riuscì a risolvere i tanti interrogativi sull’iconografia dantesca, che restano tutt’ora aperti.

A cominciare dal profilo di Dante: una scuola di pensiero originante dal famoso storico viennese Ernst Gombrich, dalla fine degli anni Settanta dello scorso secolo infatti esclude che quello conservato nella Cappella del Podestà del Bargello di Firenze – e che ha dato origine a gran parte delle immagini di Dante che noi tutti conosciamo – possa essere realmente del poeta. Come scritto all’inizio, la scienza potrebbe aiutare a risolvere i tanti enigmi intorno al Dante-uomo. Anche perché dall’ultima ricognizione delle ossa è trascorso esattamente un secolo e oggi gli strumenti per approfondire gli studi ci sono tutti: dalla ricerca del genoma a quella delle tracce del plasmodium falciparum, il parassita responsabile della trasmissione della malaria, dal calco del cranio (che non è mai stato realizzato, ma aiuterebbe a scoprire il vero volto di Dante) fino allo studio biomolecolare dei suoi resti, per comprendere come viveva e di quali patologie poteva aver sofferto.

Senza contare, infine, che nel sepolcro di Dante a Ravenna, sotto un piccolo altare si trova l’epigrafe in latino che sarebbe stata dettata da Bernardo da Canaccio per volere di Guido Novello, ma incisa solo nel 1357. Ebbene, pare non sia certa neanche questa attribuzione: in un verbale manoscritto di metà XVIII secolo nella fiorentina Accademia Colombaria si legge che l’Alighieri stesso avrebbe composto l’epitaffio prima di morire; un’affermazione peraltro condivisa da almeno un paio di altri testi pressoché dello stesso periodo di quello dell’accademia.

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