Seguendo le drammatiche vicende dell’abbandono dell’Afghanistan e della sua popolazione al proprio tragico confronto con l’ortodossia talebana, mai avrei pensato a come l’evoluzione tecnologica e l’uso dei social avrebbero potuto influenzare questo delicato passaggio, mettendo a rischio la vita e la libertà di molte persone.

Fino ad oggi mi ero limitato a pensare che l’Io Social (cioè quella rappresentazione che il Web dà di ciascuno) potesse avere effetti solo sulla Web Reputation del singolo: ognuno ha, infatti, una sua immagine virtuale che, come scritto in una precedente puntata del blog, non sempre coincide con quella reale.

In una situazione ordinaria si deve prestare attenzione a come il nostro Io Social ci rappresenti sul Web e provare, di conseguenza, a gestirlo per avere un’immagine coerente con quanto ci interessa. Purtroppo, in Afghanistan l’interesse alla gestione dell’Io Social non è limitato a questo aspetto, visto che la lotta intestina che si è aperta con il ritorno al potere dei Talebani darà avvio a una caccia a chi, credendo nelle (false) promesse occidentali, ha utilizzato la Rete per manifestare comportamenti non graditi all’ortodossia.

Infatti, uno degli effetti della presenza delle truppe Usa e Nato è stata la diffusione dell’uso dei social da una parte della popolazione locale. È un sintomo del cambiamento dei tempi: un tempo gli Usa esportavano nei paesi in cui si attuava la loro “protezione” alcuni prodotti tipici, quali quelli del fast food, le bevande, eccetera (emblematiche le foto dei palazzi di Saigon tappezzati con le pubblicità di una famosissima bevanda gassata americana); oggi, invece, l’esportazione riguarda anche applicazioni e social.

Normale, quindi, che quegli afgani (e soprattutto quelle donne afgane) che avevano creduto nell’irreversibilità del cambiamento indotto dalla presenza delle forze militari occidentali utilizzassero Facebook, Twitter e Instagram, manifestando così (agli occhi dei Talebani) la loro adesione a un modello di vita non apprezzato dal nuovo potere.

L’utilizzo dei profili social ha fatto sì che tutte queste persone abbiano iniziato a creare, giorno dopo giorno, un loro Io Social, di cui oggi si pentono, perché facile oggetto d’indagine da parte di qualunque integralista e fonte di (inaccettabili) accuse di collaborazionismo o condotte non aderenti alle regole ortodosse. Di qui la necessità per tutti questi soggetti di cancellare il loro Io Social o di renderlo accettabile e compatibile con la nuova linea di pensiero. A rendere difficile queste iniziative è il fatto che ogni post e ogni pubblicazione fatta sul Web non vive solo all’interno dei singoli profili (che possono essere oggetto di un più facile controllo), ma è moltiplicata nella sua presenza in Rete a causa dei like o dei “richiami” fatti da altri profili, dietro cui non è sempre facile sapere chi si nasconda.

È nata così l’iniziativa di Human Rights First, un’organizzazione indipendente che ha come obiettivo quello di fare in modo che gli Usa siano “all’altezza dei loro ideali”, e che, quindi, cercano di premere “sul governo degli Stati Uniti e sulle aziende private affinché rispettino i diritti umani e lo Stato di diritto” (obiettivo quanto mai azzeccato per le modalità del ritiro). Human Rights First, sulla premessa che i Talebani avranno accesso a tutte le banche dati presenti sul Web, ha pubblicato una guida (in triplice lingua: inglese, dari e pashtu) per aiutare tutti coloro che dovranno gestire il loro Io Social a sfuggire a una probabile persecuzione basata sulla loro vita digitale.

Si tratta dei medesimi suggerimenti che di solito vengono utilizzati per gestire la Web Reputation, con la differenza che i motivi e l’urgenza dell’intervento sul singolo Io Social non sono legati all’“economia della reputazione” (secondo la visione di Bret Easton Ellis), ma sono connessi a un dramma: la necessità di poter sopravvivere alla transizione e al conflitto interno che caratterizzerà la vita quotidiana dell’Afghanistan.

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