Venezia, città di un turismo diventato monocultura, pare essere a un passo dal mettere in pratica quanto aveva deciso tre anni fa, ovvero mettere un blocco agli accessi dei visitatori. Una mossa che sembra andare in senso contrario rispetto al luna-park del mordi e fuggi, a cui vorrebbe mettere un freno, ma che in realtà contribuisce a confermare le caratteristiche del baraccone da attrazione di massa.

La giunta comunale ha messo in cantiere il progetto di programmare i flussi turistici. Lo aveva già fatto nel 2018, senza però approdare ad alcunché, se si escludono alcune sperimentazioni. In questo caso la crisi sanitaria da Covid gioca da perfetto alibi per giustificare i ritardi e riproporre l’iniziativa, che dovrebbe essere attuata dall’estate 2022. Così, come allo stadio o in un centro commerciale, i tornelli conteranno i numeri degli ingressi, impedendoli a chi non abbia la prenotazione. Una specie di “green pass” turistico che per il momento ha avuto l’effetto di dividere la città in opposte fazioni.

La giunta di Luigi Brugnaro ha rispolverato ciò che era rimasto inattuato dai tempi del contributo d’accesso, che ormai appartiene alla prima legislatura del sindaco fucsia, dando come scadenza per la definitiva attuazione il dicembre 2022. Ecco spuntare i cancelli elettronici che dovrebbero essere installati all’uscita della stazione ferroviaria di Santa Lucia, a piazzale Roma (accesso con auto e pullman) e agli approdi dei lancioni granturismo. L’obiettivo è quello di limitare gli arrivi solo a quanti hanno in tasca la prenotazione della visita, sotto forma di un Qr code, digitale o stampato.

I dettagli tecnici non sono ancora definiti, ma probabilmente la prenotazione avverrà utilizzando la stessa piattaforma digitale che fu pensata per il pagamento del contributo d’accesso, ovvero il ticket dei turisti, quale contributo alle spese di gestione cittadine ingigantite dai flussi turistici. Resta quindi il progetto di far pagare il biglietto per entrare a Venezia, con una serie di categorie che sono esentate dal farlo, in particolare chi ci vive e chi ci va giornalmente per lavoro.

Tra i contrari c’è l’Associazione esercenti pubblici esercizi di Venezia (Aepe). Il direttore Ernesto Pancin: “Posso capire che l’area Marciana diventi ad accesso limitato, ma se quello è in effetti un luogo sensibile, il tornello, in assoluto, è un’eresia. I visitatori devono poter decidere in ogni momento di raggiungere Venezia e potersi muovere liberamente senza sbarramenti a scoraggiarli”. Meglio dei tornelli, allora, forme di disincentivazione degli arrivi improvvisati. Claudio Vernier, presidente dell’Associazione San Marco: “L’idea della prenotazione in certe giornate è sicuramente la soluzione che andava trovata, ma quella dei tornelli non è la formula più adatta, sono una gabbia fisica da evitare”.

Molti però sono concordi sul fatto di prenotare la visita. Gianni De Checchi, direttore di Confartigianato Venezia: “I grandi numeri non favoriscono le preziose produzioni artigianali, ma relegano la città a un recinto di gente. Sì a un minor numero di arrivi, purché affiancato da un forte impegno sulla residenzialità”. Claudio Scarpa, direttore dell’Associazione veneziana albergatori. “È essenziale limitare il turismo pendolare che conta in città il 70 per cento delle presenze, contribuendo al fatturato solo per un 30 per cento”.

Com’è ovvio, si è scatenata la bagarre politica, anche perché da settembre dovrebbe cominciare la sperimentazione sull’isola del Tronchetto. Il tema dei flussi turistici costituisce anche uno degli argomenti all’attenzione dell’Unesco che un mese fa ha deciso di non iscrivere Venezia nella lista nera dei siti dell’umanità a rischio. Infatti, la capogruppo del Pd in consiglio comunale, Monica Sambo, ha buon gioco ad attaccare: “Dopo sei anni non è stato avviato alcun piano per la gestione del turismo. Il Comune ha ricevuto innumerevoli risorse statali, si pensi solo ai 10 milioni del patto per Venezia, e ha deciso di destinarli per altre funzioni come il Salone nautico: avremmo potuto programmare i nuovi arrivi, sfruttando il periodo della pandemia per ripensare il modello di città”.

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