Ancora un titolo ufficiale non ce l’ha. Ma potrebbe essere: “Le opere dei musei tornano a casa”. O qualcosa di molto simile. È il grande progetto che il Ministro della Cultura, Dario Franceschini, presenterà ufficialmente il prossimo 6 ottobre e che prevede una sorta di “aiuto” dei grandi musei nazionali a quelli più piccoli, periferici e poco frequentati, con l’intento di aumentarne l’appeal e di conseguenza l’interesse da parte del pubblico. Un progetto ambizioso a cui un team nominato da Franceschini sta lavorando da almeno 18 mesi e che fino adesso – a causa delle vicende legate al Covid – non ha potuto dare i suoi frutti. Ma ormai l’attesa sta per finire: infatti i rumors, le fughe in avanti e i mezzi annunci stanno diventando sempre più fitti in questa estate arida di contenuti legati ai temi dei beni culturali.

Ma in cosa consiste questo ambizioso progetto? Presto scritto. I musei statali italiani sono ricchissimi di opere d’arte, collezioni che sono nate per i più svariati motivi (politici, bellici, ereditari, per donazioni, per soppressioni di enti che le detenevano, per acquisizioni, acquisti, etc..) e poi si sono sedimentate nei secoli. Nelle sale e nei corridoi dei musei è in esposizione una parte consistente del patrimonio, ma il grosso è custodito nei depositi dei vari musei, luoghi protetti, controllati climaticamente, puliti, ordinati. E quasi si trattasse di cittadini, anche le opere d’arte hanno il loro documento d’identità: è la cosiddetta “scheda OA”, che ne riassume i dati salienti – dai “connotati” dell’oggetto alla condizione giuridica, dalla committenza al profilo tecnico – compresi i codici che ne permettono di ricostruire la storia di appartenenza ai vari enti (se ve ne sono) precedenti quello dove attualmente l’opera si trova. In pratica grazie alla committenza e a questi codici si riescono a scoprire i “viaggi” che l’opera d’arte ha fatto nel tempo e nello spazio. Ed è proprio da quest’ultimo passaggio che nasce l’intuizione e di conseguenza il progetto di Franceschini. E cioè, per un periodo relativamente lungo (anche alcuni anni), riportare nei piccoli musei, luoghi della loro committenza, alcune opere d’arte attualmente custodite nei musei più “ricchi” e magari poco visibili. Quasi si trattasse di restituire a nuova vita queste opere d’arte che altrimenti rischiano l’oblìo.

Ovviamente non si tratta di capolavori – se così fosse, tali opere sarebbero esposte nei musei e questi farebbero di tutto per non privarsene – ma esiste già da tempo un nucleo di una trentina di opere pronte a cambiare sede per i prossimi anni. Tanto per fare qualche esempio alcune opere del Museo di Capodimponte di Napoli andranno ad arricchire un museo a Matera, mentre alcune opere della milanese Pinacoteca di Brera diverranno prestiti eccellenti in luoghi d’arte di Pavia, Ferrara e delle Marche.

Tutto è ormai pronto per questa prima tranche dell’operazione “l’arte torna a casa”: come scritto, le opere sono ormai state individuate, i contratti con le ditte di trasporto sottoscritti e anche le varie sedi regionali della Rai sono ormai allertate. Manca solo l’annuncio del Ministro.

Intanto qualche giorno fa il direttore degli Uffizi, Eike Schmidt, ha rilasciato alcune dichiarazioni alla redazione fiorentina di Repubblica annunciando la volontà di riportare a Villa La Quiete – sulle colline di Careggi e appartenente al sistema museale dell’ateneo fiorentino – due opere che hanno trascorso gli ultimi 30 anni al Museo degli Argenti di Palazzo Pitti per non meglio identificate “questioni di sicurezza”: un busto a grandezza naturale di Vittoria della Rovere, realizzato da Giuseppe Antonio Torricelli con la tecnica del commesso di pietre dure tra il 1696 e il 1713 e il modello in cera del Compianto su Cristo morto dell’incisore settecentesco Massimiliano Soldani Benzi. Non c’è ancora una data precisa di questo rientro a casa delle due opere: pare sia questione di settimane, ma forse per dare il via all’operazione si attende il battesimo ministeriale che, c’è da giurarlo, provocherà una ventata di campanilismo artistico, poiché sarà interessante scoprire i motivi per cui tante opere d’arte sono finite lontane dai luoghi per le quali erano state concepite.

Di certo questa campagna pro-ritorni ha dei precedenti: alcuni recentissimi, altri meno. Sfruttando il 700° anniversario della morte di Dante Alighieri, lo scorso 21 giugno gli Uffizi hanno varato insieme alla Fondazione CR Firenze un progetto quinquennale dal titolo “Le terre degli Uffizi” che si prefigge di riunire i musei del territorio, anche quelli minori, in un’unica rete che faccia capo, dal punto di vista scientifico e della comunicazione, alle Gallerie degli Uffizi, organizzando mostre in alcune delle strutture espositive meno visitate con prestiti provenienti dalle collezioni delle Gallerie, in modo da attrarre il maggior numero di visitatori e riattivare il legame delle opere con i luoghi di provenienza, anche al fine di riscoprire e rafforzare l’identità storica degli stessi.
A sua volta questo progetto ha un precedente che risale al settembre 2008 quando l’allora Soprintendente per il Polo Museale Fiorentino, Cristina Acidini, siglò con il Presidente della Provincia di Firenze – Matteo Renzi – un accordo secondo il quale la Galleria degli Uffizi – allora diretta da Antonio Natali, che fu l’ideatore dell’iniziativa – si impegnava a “concedere in prestito ai Comuni della provincia di Firenze opere d’arte conservate nei propri depositi, affinché vengano esposte presso musei o altri luoghi del territorio provinciale”. Anche allora il partner dell’iniziativa fu la Fondazione CR Firenze, così come l’intento si rivelò quello di affidarsi alle opere d’arte custodite nel deposito del primo museo italiano per aiutare i piccoli musei di provincia.

Oggi il grande merito di Franceschini è quello di aver modulato a livello nazionale un’intuizione (che localmente diede ottimi frutti), avviando uno studio approfondito sulla “storia” delle varie opere d’arte che non potrà non essere foriero di sorprese. E di soddisfazioni, speriamo.

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