Senza timori di contestazioni almeno un merito il reddito di cittadinanza (Rdc) lo ha avuto: mettere a nudo le tare ataviche del sistema socio-economico del paese. E dunque povertà diffusa, retribuzioni compresse ai limiti della sussistenza, diffusi inganni ai danni di fisco e collettività, bassa scolarizzazione, inesistenza di strutture per favorire l’impiego e politiche attive del lavoro. Pensare che una volta introdotta la misura portasse magicamente con sé il superamento di tutti questi problemi è una lettura della realtà grossolana. Eppure, senza dubbio, qualcosa si è (s)mosso e, da qui, derivano le reazioni indispettite di soggetti politici come Italia Viva o, in modo più defilato, la Lega. Le parole di Mario Draghi (“uno strumento di cui condivido appieno i principi”) non hanno fermato la crociata. Il tema animerà lo scontro politico autunnale. Nel frattempo i quotidiani sono vivacizzati, si fa per dire, dalle baruffe renziane sul tema. Il leader di Italia Viva se la prende con la sociologa Chiara Saraceno, messa da Draghi alla guida della commissione per riformare il Rdc, “rea” di aver rinfacciato a Matteo Renzi una visione moraleggiante della gioventù italiana che preferisce “stare sdraiata sul divano” a prendere i sussidi invece che “soffrire, rischiare, provare”.

Intanto il gruppo guidato da Saraceno ragiona sui possibili correttivi alla misura da cui, forse, una parte del governo spera anche di attingere risorse per finanziare la riforma delle politiche attive del lavoro. A dire il vero le risorse assorbite dal reddito di cittadinanza non sono tali da cambiare i destini delle nostre finanze pubbliche. Si parla di meno di 10 miliardi di euro l’anno, quando solo per gli interessi sul nostro debito pubblico paghiamo, quando va bene, cinque volte tanto. Solo nel 2020 le imprese hanno ricevuto sussidi, in varia forma, per una quarantina di miliardi. Quelli del Rdc sono soldi spesi per cercare di trascinare fuori dalla povertà più nera milioni di persone. Denari che, almeno in una certa misura, ritornano in circolo nell’economia. Accrescono il potere di acquisto dei beneficiari che dunque consumano un po’ di più, riportando parte delle somme al Tesoro sotto forma di gettito Iva, accise e profitti aziendale. Stando agli ultimi dati Inps, i percettori sono 3,7 milioni ma, secondo la Caritas, il 56% delle famiglie povere non riceve il reddito a causa degli imperfetti criteri che presiedono all’erogazione.

Il Reddito di cittadinanza nasce con un peccato originale che è quello di unire una missione di contrasto all’indigenza a quella della re-immissione nel mercato del lavoro dei percettori. I numeri di questa seconda operazione non sono incoraggianti. E tuttavia sorprenderebbe il contrario, vista la cronica deficienza in Italia di politiche attive e di efficienti centri per l’impiego e la grave insufficienza di personale deputato a questo scopo. L’organico di chi dovrebbe accompagnare le persone verso un nuovo impiego è pari ad un quinto di quello tedesco. Soprattutto, come evidenzia la sottosegretaria all’Economia Maria Cecilia Guerra nella sua replica a Renzi, i due terzi dei percettori di Rdc sono individui particolarmente difficili da collocare sul mercato del lavoro, con basso titolo di studio, spesso la 5a elementare, e che sono da tempo lontani dal mondo del lavoro, in media da due anni. Il tutto in un periodo in cui l’occupazione complessiva è scesa dello 0,9%.

Alla luce dei dati Caritas, ma non solo, è opportuno correggere alcuni criteri di erogazione, non necessariamente in senso restrittivo. Senza dimenticare che parte della distorsione nelle assegnazioni deriva anche dalle fallaci dichiarazioni di lavoratori autonomi. Solito vecchio problema italiano dove sono tradizione gioiellieri o titolari di stabilimenti balneari (per citare due delle categorie che regolarmente occupano al fondo delle classifiche Mef sulle dichiarazioni dei redditi, ben al di sotto dei pensionati) beneficiati da agevolazioni che non spettano invece ad un operaio neo assunto. Quello che potrebbe cambiare è il requisito dei 10 anni di residenza chiesto agli extracomunitari per ricevere reddito. In fondo la misura fu varata con la Lega al governo ma questo, come facilmente intuibile, taglia fuori buona parte delle famiglie più in difficoltà.

Si sta mettendo mano a parametri che tarino meglio l’assegno in base al numero dei componenti del nucleo familiare. Si valutano differenziazioni a livello geografico tenendo conto del costo della vita differente, ad esempio tra grandi centri urbani del Nord e aree rurali del Mezzogiorno. Ammesso che le differenze del costo della vita siano sempre così marcate, assunto che alcuni studi mettono in dubbio. Così come si lavora a potenziare i controlli sui percettori e a introdurre più condizionalità, come la partecipazione a corsi di formazione, per ricevere l’assegno. Misure queste, che potrebbero ridurre la platea dei beneficiari.

Il 30% dei percettori del reddito ha meno di 20 anni. È insomma il bacino da cui si attingono a piene mani molti datori di lavoro per proporre contratti con retribuzioni ben al di sotto della soglia minima di sopravvivenza e con condizioni lavorative capestro. L’esistenza del Rdc offre a questi giovani la possibilità di dire “no”, quanto meno alle offerte di lavoro più scandalose. Questo è l’aspetto che più disturba una parte della classe imprenditoriale, i cui malumori sono recepiti dalle forze politiche che vorrebbero eliminare la misura. Non a caso una delle modifiche allo studio è quella che imporrebbe di accettare lavori anche con retribuzioni inferiori al rdc salvo poi un’integrazione della quota di stipendi mancante da parte pubblica . Un favore messo sul piatto d’argento alle imprese.

Altre considerazioni sui presunti effetti nefasti della misura trovano il tempo che trovano mentre quello che non trovano sono riscontri reali. Da decenni l’Alaska corrisponde ai suoi abitanti una quota degli incassi che derivano dallo sfruttamento dei suoi giacimenti di petrolio. Non è mai stato rilevato un “effetto divano” sull’occupazione o sul desiderio di avere un lavoro. Stesse risultanze arrivano da un più limitato studio condotto in Toscana dopo il varo della misura italiana.

Pensarla diversamente significa ignorare la differenza tra sopravvivere (l’assegno medio percepito dai beneficiari del rdc è di 586 euro) e avere un tenore di vita soddisfacente. Significa dimenticare qualsiasi altro elemento, sociale, culturale, di autostima e realizzazione personale che spinge una persona a trovare e mantenere un’occupazione. C’è una frase nella replica della sottosegretaria all’Economia Maria Cecilia Guerra che annichilisce la retorica di Italia Viva: “Si può essere poveri anche senza essere pigri”. Non c’è nessun effetto nefasto sull’economia riconducibile a misure universali di sostegno al reddito. E basterebbe alzare lo sguardo dal proprio ombelico per accorgersene. La Gran Bretagna ha introdotto un limite minimo nelle retribuzioni guardando più alla competitività del paese che al benessere dei lavoratori. Il ragionamento è semplice: se le imprese non possono competere comprimendo il costo del lavoro, sono obbligate ad investire, migliorare la qualità dei loro prodotti o spostarsi verso prodizioni più “pregiate”. O, più semplicemente, ribilanciare la quota di ricavi distribuita tra lavoratori e proprietari a favore dei dipendenti dopo che da 40 anni aumenta quella a favore dei secondi. Non è un caso che siano molti gli economisti che difendono il reddito universale di base proprio come uno strumento per forzare un paese a migliorare le proprie performances competitive.

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