Mentre i media continuano a confondere le idee sul Reddito di cittadinanza, studiosi attenti e studi accurati si sforzano di fare chiarezza. Il risultato più recente di questi sforzi è offerto dalle 487 pagine del rapporto Lotta alla povertà. Imparare dall’esperienza, migliorare le risposte. Un monitoraggio plurale del Reddito di cittadinanza, appena pubblicato dalla Caritas, organismo pastorale della Conferenza Episcopale. Con dovizia di dati, offre un aiuto prezioso a coloro che intendono informarsi su chi ha ricevuto il Rdc, come è stata organizzata la rete del welfare locale, quali sono stati i percorsi di inclusione sociale e lavorativa, quali nodi di attuazione sono stati messi in luce dalla sua applicazione. Due capitoli sono dedicati al rapporto tra il Rdc e i beneficiari dei servizi della Caritas; altri due al reddito minimo così come adottato nei Paesi Ocse e al Rdc in una prospettiva comparata. Tre capitoli sono dedicati alle misure emergenziali attuate per fronteggiare il Covid. I due capitoli finali sono dedicati alle proposte per il riordino del Rdc e all’impegno della Caritas in questo senso.

Sono stato così puntiglioso sui contenuti del Rapporto per sottolineare quante cose si dovrebbero sapere prima di chiedere un referendum per abolire una misura che – secondo le parole del responsabile delle politiche sociali della Caritas – “punta a favorire l’autonomia e lo sviluppo integrale delle persone sostenendole dal punto di vista sociale e lavorativo”. È una misura che coinvolge problemi complessi, molto difficili da analizzare e risolvere perché intersecano la politica, l’economia e la sociologia, ma che vanno affrontati scientificamente se si vogliono evitare conseguenze sociali ancora più irreparabili. Mi limito qui solo a un paio tra i tanti argomenti affrontati dal Rapporto Caritas. Premessa: si parla di Rdc includendovi la Pensione di cittadinanza (Pdc).

Il Paese più avaro
Un capitolo compara il nostro Rdc con il reddito minimo in vigore nei Paesi Ocse. Obiettivo del reddito minimo è la target efficiency, la capacità di raggiungere le fasce più deboli di popolazione. In media, nei 37 Paesi Ocse, l’11% della popolazione in età lavorativa è a rischio povertà mentre in Italia è il 15%. Se si considerano i soli disoccupati, sale al 30% nell’Ocse e al 59% in Italia. Come si cautelano i cittadini contro questo rischio? Quelli che lavorano e guadagnano a sufficienza pagano contributi sociali che, in caso di perdita del lavoro, permettono loro di ricevere aiuti (pensione, Cig, indennità di malattia, ecc.). Agli altri, lo Stato assicura sussidi assistenziali come il reddito minimo a cui spesso ne vengono affiancati altri per i figli piccoli, l’affitto, la disabilità, ecc.

Tutti i 37 Paesi dell’Ocse prevedevano già molto prima dell’Italia trasferimenti simili al nostro Reddito di cittadinanza. Oggi i trasferimenti sociali di tipo non contributivo, rispetto al totale dei trasferimenti, rappresentano l’82% in Danimarca, il 71% in Irlanda, il 60% in Germania e il 51% in Francia. In Italia non superano il 38%. Insieme al Portogallo siamo il Paese più ingiusto sulla ripartizione dei trasferimenti: nel 2018, mentre il 43% di tutti i sussidi erogati alla popolazione in età lavorativa è andato al 20% più agiato sotto forma di cassa integrazione, pensioni anticipate, pre-pensionamenti, ecc., solo l’8% è arrivato al quintile di reddito più basso.

Fin quando c’era il Rei, l’Italia era al 37° posto (cioè all’ultimo) tra tutti i Paesi dell’Ocse per ammontare di sussidi erogati ai suoi poveri; con il Rdc siamo passati al 33° posto. Questo piazzamento è vergognoso se si considera da una parte l’annoso ritardo con cui è stato attivato il Rdc e l’esiguità dell’importo, dall’altra che il nostro è l’ottavo Paese al mondo per Pil e che, nell’ultimo decennio, i 6 milioni di italiani più ricchi, nonostante la crisi, hanno visto aumentare del 72% il loro patrimonio. Eppure, quando si discuteva se introdurre il Rdc, un coro che andava da Salvini al cardinale Bassetti, presidente della Cei, piagnucolò che non si sapeva dove prendere i soldi.

Un bilancio
Il Rdc ha poco più di due anni. Nel 2020 vi erano in Italia 26 milioni di nuclei familiari di cui il 91,4% non pativa povertà (dati Istat e Inps). Il resto versava in uno stato di povertà assoluta (2 milioni, il 7,7%) o povertà relativa (5,5 milioni). Le famiglie che hanno ricevuto il Rdc sono state 1,58 milioni, il 4,7%, con oscillazioni che vanno dallo 0,2% a Bolzano al 12,2% in Campania. Nel 17% dei nuclei percettori vi sono disabili; nel 29% ci sono minori.

L’importo medio è stato di 584 euro. Basta per uscire dalla povertà assoluta? Secondo il Rapporto, “malgrado un tasso di copertura non molto elevato, il Rdc ha avuto un effetto significativo sulla povertà e sulla diseguaglianza”. La percentuale delle famiglie in povertà assoluta è diminuita di 1,7 punti e quella delle famiglie in povertà relativa di 1,3 punti, mentre l’Indice di Gini è migliorato dallo 0.334 allo 0.326. Il 57% di quanti hanno ricevuto il Rdc sono usciti dalla povertà. Non è poco.

Il welfare
Come ho detto, la povertà è un capitolo socio-economico molto complesso. Chi denunzia con livore o si scandalizza dei difetti riscontrati in questi due anni o gioca una sua partita elettorale sulla pelle dei poveri o dimostra la propria ignoranza della materia. Il welfare, di cui il Rdc fa parte, non è un’invenzione di comunisti o socialdemocratici. Lo impose il “cancelliere di ferro” Otto von Bismarck, odiato dai socialisti, come astuta risposta alle sfide della società industriale e alle istanze religiose per arginare le rivendicazioni sindacali, la lotta di classe e le spinte rivoluzionarie. Avversare il welfare da parte dei ricchi significa essere imprudenti; sostenere che nei Paesi capitalisti la povertà si combatte con la crescita significa non aver capito come mai in ricche nazioni come gli Usa crescano sia la ricchezza che il numero degli indigenti.

L’adozione del Rei prima e del Rdc dopo va considerata come un test per individuare i problemi e risolverli. Due di questi, prevedibili ma solo ora quantificabili, consistono nel fatto che un certo numero di poveri non lo ha percepito mentre un certo numero di percettori del sussidio non lo meritava. Questa anomalia, presente in tutti i Paesi, è scontata ma va circoscritta il più possibile.

Gli ingenui
Su 100 famiglie, 6,9 sono povere. Di queste, 3,9 (il 56%) non hanno percepito il Rdc perché non ne conoscevano l’esistenza o non sono riuscite a sbrigare le pratiche necessarie, o perché non hanno saputo calcolare bene il loro grado di povertà, soprattutto se possessori di mobili e immobili. Ma come mai è così difficile raggiungere i poveri meritevoli del sussidio? Prendiamo il caso limite: i barboni. Nei 158 Comuni dove si è cercato di individuarli, sono risultati in circa 60.000 quindi è probabile che in tutto il Paese siano almeno il quadruplo (negli Stati Uniti sono 532.000 e in Germania 337.000). Il Rapporto riferisce che il 45% dei nuclei assistiti dalla Caritas non ha percepito il Rdc perché neppure sapeva che esistesse, o credeva di non averne i requisiti, o aveva difficoltà nel presentare la domanda, o mancava di un sufficiente supporto e orientamento. Se tutte le forze di sinistra, tutti i sindacati e tutti gli uomini di buona volontà che dicono di battersi per la giustizia sociale, se tutte le associazioni caritatevoli e filantropiche che procurano minestre calde ai barboni, avessero accompagnato i poveri di loro conoscenza nell’itinerario burocratico che conduce al sussidio statale, molte decine di migliaia di senzatetto avrebbero sostituito la dipendenza poco dignitosa dalla carità aleatoria con il diritto civile alla sopravvivenza riconosciuta e assicurata dallo Stato.

Comunque la difficoltà di intercettare si riscontra in tutti i Paesi. In Germania il sussidio Alg II ha impiegato 15 anni per raggiungere 15 milioni di poveri, il 60% dei potenziali destinatari. Tutto sommato l’Italia è in una situazione migliore, nonostante abbia Centri per l’Impiego di gran lunga più sgangherati. Già nel primo mese di erogazione, da noi si contava più di mezzo milione di nuclei beneficiari, diventati 1,13 milioni nel marzo 2021.

I “furbi”
Il caso opposto è quello dei percettori del sussidio che non lo meritano. Anche questo fenomeno si riscontra in tutti i Paesi Ocse, ma in Italia rappresenta il grande cavallo di battaglia dei nemici del Rdc. Se si usasse lo stesso criterio anche per il sistema fiscale, si dovrebbe passare all’abolizione delle tasse dal momento che ci sono i furboni che le evadono. La caccia a questi furbetti del Rdc è diventato il piatto forte dei talk show. Come abbiamo visto, su 100 nuclei, 4,7 hanno percepito il Rdc. Di questi, l’1,7% non possedeva i requisiti per meritarlo. Questo 1,7 equivale al 36% di tutti i nuclei che hanno percepito il reddito. La percentuale aumenta nei nuclei di piccole dimensioni; nel Nord si ferma al 29% ma nel Mezzogiorno arriva al 40%.

Cristiano Gori, responsabile scientifico del Rapporto, riconosce “l’importanza di avere una misura di contrasto della povertà ben finanziata nel nostro Paese. Un obiettivo per il quale Caritas Italiana si è sempre impegnata e che – per decenni – è sembrato irraggiungibile”. Dopo 70 anni di incuria, questi due anni di sperimentazione erano indispensabili, altrimenti oggi i tempi non sarebbero maturi per un riordino della materia, finalmente capace di saldare il debito tra lo Stato e i suoi cittadini meno fortunati.

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