Impegnato a studiare le modifiche necessarie per rendere potabile la riforma della giustizia proposta da Marta Cartabia, il governo Draghi si è impantanato su tutti gli altri fronti. E, dopo aver rinviato le decisioni sulla ripresa della scuola, si avvia a non rispettare le tappe previste per luglio dal cronoprogramma allegato al Recovery plan: la riforma della concorrenza – prevista tra quelle “abilitanti” – e quella del fisco, che l’esecutivo si era impegnato a presentare sotto forma di ddl delega entro fine mese, slitteranno addirittura a settembre. Come quella degli ammortizzatori, citata nel documento tra le riforme di accompagnamento e cruciale per affrontare i cambiamenti strutturali del mercato del lavoro nel post Covid: il titolare del Lavoro Andrea Orlando l’aveva promessa prima per marzo e poi entro luglio, ma martedì dopo un vertice al ministero il leader della Cgil Maurizio Landini ha spiegato che si rischia il rinvio alla legge di Bilancio. Nel frattempo il blocco dei licenziamenti sarà finito anche per il settore dei servizi.

Su fisco e concorrenza fonti di Palazzo Chigi hanno sostenuto, attraverso l’Ansa, che “la tempistica è coerente con la ‘road map’ delle riforme indicata nel Recovery plan”. Ma non è così: le tabelle inviate a Bruxelles – e il cronoprogramma riportato sul sito della Camera – dicono che la legge delega sarà presentata in Parlamento entro il 31 luglio.

Ammortizzatori e politiche attive al palo – L’ex vicesegretario dem in cinque mesi non è riuscito a trovare la quadra. Il nodo principale resta quello delle risorse: gli 1,5 miliardi risparmiati con la sospensione del cashback saranno utilizzati come “base” ma non bastano per coprire i maggiori costi previsti nella fase di passaggio, che all’inizio saranno a carico dello Stato. Stime ufficiose parlano di un costo di 6-7 miliardi l’anno. La riforma punta infatti ad essere universale, cioè a coprire con un unico strumento anche chi oggi non è garantito, come i precari e i dipendenti delle aziende con meno di 5 dipendenti, anche se la durata dei sussidi non sarà uguale per tutti e sembra fuori questione che anche gli autonomi iscritti alle casse privatizzate possano essere ricompresi nel perimetro del nuovo ammortizzatore “unico”. A regime però i costi – in salita anche perché si vorrebbero aumentare i massimali degli assegni – dovranno essere sostenuti dalle imprese, comprese quelle piccole che oggi non pagano il contributo per godere della cig. I sindacati sembrano poi aver ottenuto la sopravvivenza dei fondi bilaterali che erogano i sostegni a determinati settori come artigianato, credito, trasporto aereo, al netto della creazione di un superfondo che interverrebbe in caso di difficoltà di quelli settoriali.

Ma il capitolo uscite è solo una parte del problema. Ancora più importante è il capitolo delle politiche attive: su questo fronte va mandato in porto il potenziamento dei centri per l’impiego, di cui sono responsabili le Regioni che stanno procedendo a rilento con le assunzioni. Mentre all’Anpal si è insediato solo all’inizio di giugno Raffaele Tangorra, il commissario scelto da Orlando per sostituire Mimmo Parisi riportando le competenze in capo al ministero. Ancora fantasma il rilancio di due misure cruciali previste addirittura dalla scorsa legge di Bilancio: il programma Garanzia di occupabilità dei lavoratori e la riforma dell‘assegno di ricollocazione, una somma riconosciuta al centro pubblico o all’agenzia per il lavoro privata che trova un impiego a una persona rimasta disoccupata. Finora è stato utilizzato solo in forma sperimentale, ma potrebbe rivelarsi prezioso in vista delle attese trasformazioni del mercato nella fase post pandemica. Anche perché dopo il 31 ottobre anche il comparto moda, il turismo e il commercio saranno di nuovo liberi di licenziare.

Concorrenza rinviata, tira e molla nella maggioranza – La legge sulla concorrenza dovrebbe essere annuale. Ma finora l’Italia è riuscita ad approvarne una sola, nel 2017. Draghi aveva chiesto all’Antitrust di presentare delle proposte, cosa che l’authority ha fatto già a fine marzo. Eppure il ddl è in alto mare. A frenarlo sono le richieste dei ministeri e le diverse visioni dei partiti di maggioranza. Oltre, sembrerebbe, a una certa ritrosia nell’affrontare tasti dolenti come quello della messa a gara della concessioni balneari, tema caro a Bruxelles visto che l’Italia sta violando la direttiva Bolkestein. Tra le questioni ancora da risolvere c’è quella dei servizi pubblici locali: stando al Recovery gli enti locali andranno incoraggiati a ricorrere al mercato invece che a società in house. Il tema potrebbe essere rinviato. Così come l’ipotesi di eliminare dalla bolletta della luce il canone Rai facendo marcia indietro rispetto alla riforma renziana. Tornare al passato andrebbe incontro alle richieste europee di alleggerire la bolletta dagli extra-costi ma richiederebbe di identificare un diverso modello di riscossione per mantenere il gettito, aumentato esponenzialmente consentendo di ridurre il balzello a 90 euro l’anno.

Sul tavolo anche le gare per le concessioni delle aree demaniali portuali, le misure sulle concessioni per la distribuzione del gas naturale ma anche, in materia di energia, un intervento per la liberalizzazione della vendita di energia elettrica accompagnato dalla tutela dei clienti vulnerabili. Le concessioni per gli impianti idroelettrici poi sono una bandierina della Lega, che affianca gli enti locali restii a metterle a bando. Si punterebbe poi ad accelerare l’iter per l’impianto di colonnine per la ricarica delle auto elettriche ma anche per le autorizzazioni per gli impianti di smaltimento dei rifiuti (massimo in 15 giorni). Altro capitolo quello dei farmaci, dalla distribuzione alle norme in materia di equivalenti e biosimilari, e novità potrebbero arrivare anche per i criteri di scelta della dirigenza medica, da sottrarre alla politica.

Riforma del fisco appesa (ancora) a lotta all’evasione e spending review – Dulcis in fundo, si fa per dire, la riforma del fisco. La commissione di esperti annunciata da Draghi durante il discorso di insediamento (quella parte era “ripresa” da un editoriale di Francesco Giavazzi) non si è vista. Quanto alle Commissioni Finanze di Camera e Senato, per manifesta impossibilità di mettere d’accordo i partiti di maggioranza il loro documento di indirizzo in materia si è guardato bene dall’affrontare i temi più caldi, dal riordino della tassazione patrimoniale al riordino dei valori catastali. In compenso ha promosso la discussa flat tax per gli autonomi con ricavi fino a 65mila euro cara alla Lega e proposto che l’aliquota sui redditi da capitale venga ridotta dall’attuale 26% a un livello “prossimo all’aliquota applicata al primo scaglione Irpef”, cioè il 23%. Ma la pietra tombale sulle aspettative di una riforma ambiziosa è arrivata dall’audizione del ministro delle Finanze Daniele Franco, che il 22 luglio ha aperto a una revisione di Iva e Irap e ad interventi per alleggerire il cuneo fiscale ma ha subito avvertito che – anche qui – c’è un problema di risorse. Tradotto: ogni riduzione di aliquota comporta un calo di gettito che va compensato in altro modo. Ma, viste le incertezze sulla ripresa legata all’andamento di contagi e varianti, per ora non è dato sapere quante coperture verranno appostate in legge di Bilancio. Dunque l’idea è quella di “predisporre un impianto di riforma che possa essere introdotto gradualmente nel tempo, man mano che recupereremo risorse nel dare attuazione alla delega stessa anche attraverso il contrasto all’evasione e la razionalizzazione della spesa“. Taglio delle tasse sì, ma appeso ai risultati della riscossione e della spending review. Non proprio una garanzia di successo, visti i precedenti. In ogni caso se ne riparla a settembre.

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