Una ricostruzione ufficiale di che cosa sia successo non c’è. La struttura di comunicazione del premier Mario Draghi ipotizza un errore – “debolezza” – dello staff che ha lavorato al discorso per la fiducia: qualcuno avrebbe dimenticato di virgolettare e citare la fonte di molti passaggi su come andrà scritta la riforma fiscale prossima ventura. Il risultato, come ha rilevato per primo Carlo Clericetti nel blog Soldi e Potere su repubblica.it, è che nel testo letto in Senato dal presidente del Consiglio sono stati copiati e incollati – senza citazione – ampi stralci di un editoriale dell’economista Francesco Giavazzi uscito a maggio sul Corriere della Sera. È tratto da lì anche il lungo esempio della Danimarca che nel 2008 affidò il compito di ridisegnare il fisco a una commissione di esperti.

Peccato veniale, minimizza chi segue la comunicazione del neo presidente del Consiglio: quei concetti sulle riforme fiscali da affidare a “esperti” e sull’inopportunità di “cambiare le tasse una alla volta” (Giavazzi si riferiva all’ipotesi di riduzione dell’Iva lanciata pochi giorni prima da Giuseppe Conte) sono ampiamente condivisi. O almeno li condividono l’ex presidente della Bce e il docente della Bocconi ed ex commissario alla spending review, che negli Anni Settanta hanno studiato insieme al Mit di Boston con il premio Nobel Franco Modigliani. E nel 2003, quando Draghi lavorava in Goldman Sachs, hanno firmato insieme un paper sui rischi finanziari legati ai derivati e le possibili ripercussioni per i conti pubblici.

Resta il fatto che, partendo da quelle considerazioni di metodo ma anche di merito, i giornali si sono poi esercitati in analisi filologiche sulla forma che potrebbe prendere la grande revisione del sistema fiscale annunciata dal premier. Senza sapere che era tutto già scritto. Anche alcuni particolari che il premier non ha pronunciato, ma si ritrovano nel testo di Giavazzi: la commissione danese ci mise un anno a partorire la sua relazione e alla fine propose un taglio del 5,5% dell’aliquota applicata ai redditi più alti e, tra il resto, un tetto molto basso alle detrazioni per gli interessi.

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