Si prospetta una lunga estate calda per Rcs, editrice del Corriere della Sera. Con il numero uno Urbano Cairo messo alle strette dal salotto buono della finanza milanese. Lo testimonia la decisione del presidente di Imi, Gaetano Miccichè, di lasciare il consiglio di amministrazione di Rcs ad una manciata di ore da una seduta delicata in cui si discuterà dell’affare Blackstone. E in cui bisognerà valutare se l’azienda dovrà fare accantonamenti a fronte della richiesta risarcitoria di 600 milioni di dollari per la mancata vendita dell’immobile di via Solferino ad Allianz. Secondo gli addetti ai lavori, il braccio di ferro con il fondo Usa non è (solo) una questione di soldi: una mediazione è ancora possibile. Il punto sono le condizioni, sia economiche sia di gestione del gruppo di via Solferino. E la prospettiva non piace affatto a Cairo.

Quanto all’addio di Miccichè, il punto è che non parliamo di un banchiere qualsiasi. Ha iniziato la sua carriera nel 1971 alla Cassa Centrale di Risparmio delle Province Siciliane per passare nei cantieri navali Rodriquez nell’89 con l’incarico di direttore finanziario. In Intesa è entrato nel 2002 a capo dell’attività merchant banking diventando poi direttore generale di Intesa San Paolo, membro del consiglio di gestione, responsabile della divisione corporate ed investment banking, amministratore delegato di Imi (2007-2015) . E’ insomma uno dei più importanti banchieri del Paese ed è al centro di un’importante sistema di relazioni fra finanza e industria italiana ed europea. Ufficialmente Miccichè ha lasciato il consiglio di Rcs per nuovi impegni. Ma in realtà il suo addio mostra chiaramente la frattura maturata fra Cairo e banca Intesa. Tema non da poco perché non solo l’istituto guidato da Carlo Messina è il principale finanziatore dell’editore e di Rcs, ma è stato il principale sostenitore di Cairo nel 2016 quando l’editore piemontese lanciò un’offerta pubblica di scambio sulla casa editrice del Corriere della Sera. All’epoca Intesa si spese molto per portare a termine l’operazione sostenendo Cairo contro la cordata capitanata dal finanziere Andrea Bonomi, cui si affiancarono altri soci di Rcs: Diego Della Valle (7,62%), Mediobanca (9,9%), Pirelli e Unipol. Cairo deve quindi ad Intesa il successo dell’operazione che lo ha portato a diventare l’editore del Corriere della Sera nonostante le resistenze di parte del salotto buono della finanza milanese.

Dal canto suo, l’editore ha “ricompensato” l’istituto di credito con una gestione oculata della casa editrice che ha consentito all’azienda di ripagare progressivamente i debiti e di rimettersi finanziariamente in regola sfruttando ampiamente gli ammortizzatori sociali a disposizione degli editori. Per questa ragione, a Piazza Affari, l’addio di Miccichè viene interpretato come l’inizio di una fase di cambiamento per Rcs e per il Corriere della Sera. Il gruppo di via Solferino è del resto da sempre preda ambita sia in Francia che in Spagna, dove ha giornali importanti come El Mundo. In passato, prima dell’ingresso in scena di Cairo, quando ancora la Fiat era nel capitale del gruppo, il gruppo era finito nel mirino dell’editrice francese Lagardère, oggi nell’orbita della Vivendi di Vincent Bolloré. E cioè dal finanziere francese che ha appena concluso una tregua con la famiglia Berlusconi dopo aver tentato una scalata ostile su Mediaset.

Tecnicamente Rcs non è in vendita perché Cairo possiede quasi il 60% del capitale del gruppo. Tuttavia il braccio di ferro con Blackstone rischia di mettere in serie difficoltà l’editore del Corriere della Sera: il fondo americano ha chiesto 600 milioni di dollari di risarcimento per la mancata vendita ad Allianz per 280 milioni dell’immobile di via Solferino. Dopo lo scontro in camera arbitrale a Milano dove hanno prevalso le ragioni di Blackstone, la partita si è spostata a New York dove il fondo ha incentrato la maxicausa risarcitoria. Il prossimo appuntamento è previsto per il 30 agosto, termine massimo entro il quale Cairo dovrà presentare le sue memorie. Poi la parola passerà ai giudici statunitensi. Sempre che non si arrivi prima ad una mediazione con condizioni tutte da definire sia in termini economici che di gestione del gruppo di via Solferino.

Intanto, secondo indiscrezioni francesi, dell’intera vicenda si discute molto anche a Parigi dove alla finestra non c’è solo Bolloré. A seguire da vicino la partita c’è anche John Elkann, editore di Repubblica e della Stampa, nonché grande sponsor di Pietro Scott Jovane, l’ex amministratore delegato che realizzò l’operazione della cessione dell’immobile di via Solferino a Blackstone, in passato consulente della Fiat. E naturalmente Stephen Schwarzmann, vecchia conoscenza di famiglia degli Elkann e soprattutto presidente, amministratore delegato e cofondatore di Blackstone, uno dei più grandi fondi di investimenti del mondo con 684 miliardi di asset in gestione. Più o meno il doppio del prodotto interno lordo annuo (368 miliardi) di una regione come la Lombardia che rappresenta il 22% della ricchezza realizzata ogni anno nel nostro Paese. Grandi patrimoni con un comune denominatore: tutti interessati al controllo dei media italiani e stranieri.

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