Le opere di Damien Hirst si possono ammirare alla Galleria Borghese di Roma, quelle di Giuseppe Penone agli Uffizi di Firenze e le sculture iperrealiste di Carole Feuerman invadono la Galleria d’arte moderna, sempre a Roma. Ormai i confini tra arte classica e arte contemporanea pare non esistano più. Non tanto temporali, quanto spaziali. Accade sempre più spesso che opere di artisti viventi trovino spazio – anche solo temporaneamente – in vere e proprie cattedrali dell’arte classica. Ma perché? Forse per un deciso cambio nella gestione del patrimonio culturale? O per problemi di attrazione di pubblico (un solo spazio prova a richiamare diversi tipi di pubblico)? Oppure sono altre le ragioni. Difficile stabilire con certezza se il pubblico apprezzi fino in fondo questo diverso modo di “mostrare” le testimonianze artistiche della nostra civiltà, ma a qualcuno la presenza di opere contemporanee in spazi votati all’arte classica pare una provocazione bella e buona. Sempre per scopi artistici, ci mancherebbe.

Ma non sarà che l’arte contemporanea – in perenne ricerca di un’autorevolezza non solo commerciale – in molti casi ha “bisogno” di quella classica per mostrarsi? Soprattutto adesso, in tempo (speriamo) post-Covid? Abbiamo girato la questione ad alcuni addetti ai lavori ottenendo, in qualche caso, risposte anche sorprendenti. “Non è pensabile un luogo dell’arte che non abbia relazioni con il lavoro degli artisti viventi – dice Antonio Lampis, già direttore generale dei musei statali tra il 2017 e il 2020 -. I musei hanno in corso un rinnovato impegno per una revisione degli allestimenti e un rinnovo del racconto che sappiano parlare anche alle nuove generazioni e anche nelle tecnologie contemporanee, ben consci che la catalogazione del sapere nelle menti più giovani è ormai completamente differente da quella che si è a lungo sedimentata in altre fasce d’età ed è inarrestabile il desiderio dei nati dopo il Duemila di capire la filiera dell’organizzazione dei messaggi e i perché delle scelte curatoriali. I musei sono inoltre sempre più consapevoli dei benefici per la salute dati dall’esposizione all’arte, non più da intuizioni, ma da riconosciute ricerche scientifiche nel campo della medicina, e si distinguono sempre di più nel saper mantenere una relazione viva con il lavoro degli artisti viventi, affinché si generi la consapevolezza che il patrimonio artistico sia costantemente alimentato e che accanto al culto delle ceneri nei musei viva anche la custodia del fuoco”.

Sulla stessa lunghezza d’onda Patrizia Asproni, presidente del Museo Marino Marini di Firenze e sempre molto attenta alle nuove correnti che si generano nella gestione dei beni culturali: “Per me si tratta di una naturale evoluzione – afferma – perché non esistono più i templi chiusi. È giusto che l’arte contemporanea entri nei luoghi dell’arte antica, che così facendo si testimoni l’evoluzione del senso artistico e che ciò avvenga in luoghi che sono stati chiusi per troppo tempo. E infine credo che proprio attraverso la vicinanza con l’arte classica si possa leggere meglio quella contemporanea”.

Qualche lieve distinguo arriva invece da Paolo Giulierini, direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. “In realtà – dice il dirigente del museo partenopeo – i musei di archeologia sono una stratificazione di arti che furono contemporanee nel momento in cui furono prodotte. Ospitare l’arte contemporanea ha dunque senso. Tanto più per il fatto che noi vediamo l’antico con gli occhi di adesso. Tuttavia l’entrata dell’arte contemporanea nei musei deve essere subordinata a specifici progetti di dialogo vero, non forzato, basato su temi e rimandi corretti”.

E questo, com’è prevedibile, non sempre accade. Infine più filosofica e da storico la posizione dell’ex soprintendente di Roma, noto anche al pubblico televisivo, Claudio Strinati: “Che l’arte contemporanea abbia bisogno di visibilità per affermarsi non è vero. Vi sono artisti contemporanei che hanno visibilità e un successo strepitoso anche senza accostarsi a quella classica. Diciamo che l’idea della compresenza dell’arte contemporanea in spazi antichi non è nuova, ma risale agli anni Ottanta. Questo post-modernismo era stato generato dalla crisi economica e sociale degli anni Settanta, dopodiché si era verificata la tendenza di un recupero in chiave contemporanea di arti e filosofia. La netta separazione tra arte classica e contemporanea risale al futurismo ma oggi modernità e antico non sono in antitesi, ma anzi possono generare potenti suggestioni”.

Quindi molti sono favorevoli alla vicinanza – nei percorsi museali – tra arte classica e arte contemporanea, ma nessuno chiarisce se vi sia una necessità intrinseca di appoggiarsi l’una all’altra. Se i messaggi, le suggestioni, le provocazioni dell’arte contemporanea sono così forti, potenti, dirompenti, perché non trovano spazio nelle periferie disagiate delle nostre città, nei quartieri dormitorio, nelle borgate marginali, e cercano invece musei stravisitati, piazze affollate e aree ad alto tasso turistico? Che sia la street art l’ultima vera espressione di arte contemporanea rimasta fedele alla propria natura di messaggio, invece che ennesima operazione che genera business per qualcuno?

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