C’è la storia dell’Orso Dino, che nel 2009 dalla Slovenia raggiunge le Dolomiti bellunesi in cerca di una femmina con cui fare famiglia. Si presenta persino a ridosso dei centri abitati. La gente di città vede il ritorno sulle Alpi del grande predatore come un segno positivo: l’ambiente è ancora incontaminato. Ma i montanari del posto, che si vedono decimare le greggi, non lo accettano.

Naturalmente, non ci sono solo storie di contraddizioni brucianti nel nuovo spettacolo di Marco Albino Ferrari, al Teatro Il Maggiore a Verbania il 24 luglio (si va in scena alle 21); Marco ci parla delle Alpi che rinascono, dei vecchi e nuovi abitanti, di chi si trasferisce per realizzare un modello di vita alternativo e di chi da lì non se ne è mai andato ma ha visto allontanarsi i figli e i nipoti. Così assume una valenza universale la storia di Pablo, venuto al mondo dopo 28 anni di totale denatalità a Ostana, in provincia di Cuneo. Un paese da 90 residenti. L’evento rimbalza casualmente sui media internazionali e fa piovere sulla giovane famiglia lettere di benvenuto da tutto il mondo.

“La neve delle rondini” è un monologo serio, a tratti leggero, a tratti drammatico, sempre poetico. Una prima assoluta di UNA Festival con le musiche originali di Francesco Zago e con il montaggio video e gli effetti di Mara Colombo. Già nel titolo evoca un’idea di transizione: la neve che si scioglie al sole primaverile è l’ultima neve. “Quando si dice Alpi – spiega l’autore – subito vengono in mente le località alla moda: Courmayeur, Cervinia, Cortina. Ma questi luoghi dell’industria del turismo non sono che cartoline che celano un mondo in gran parte sconosciuto e semi-abbandonato dopo lo spopolamento degli anni Sessanta e Settanta”.

Marco Albino Ferrari svolge da trent’anni un lavoro di ricerca storica, letteraria e di raccolta di testimonianze: “Vivo fra Milano e il Trentino, dove abito in un antico maso di pietra”. Come nasce la passione per la montagna? “Me l’ha trasmessa mia madre: sin da piccolo mi portava in cordata sul Monte Bianco”. La visione del mondo dall’alto delle vette significa per lui abbracciare le cose con un unico sguardo: “Anche se il rischio è di sentirsi onnipotenti”, ammette.

Nel monologo sono protagonisti tre luoghi simbolo delle “Alpi che rinascono”, esempi di una nuova cultura del limite: il Parco Nazionale della Val Grande con la sua “piccola capitale” Cicogna; Ostana e il Parco del Monviso; il Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi. A scandire le sue parole sono i ritmi e le abitudini delle antiche comunità montanare, con regole fondate sullo scorrere delle stagioni e la fatica di rendere accessibili luoghi impervi e ostili. Ma anche la paura della notte, percepita come regno del maligno, e il rigore degli inverni.

“La scoperta delle alte quote e la nascita di un’economia di sussistenza si è protratta fino all’epoca delle migrazioni dei giovani – spiega – che ha fatto delle Alpi la fabbrica di uomini per le città”. Il dopoguerra ne segna il tramonto, al di fuori delle scintillanti mete stagionali turistiche, rendendolo un luogo di ultimi e vinti. “In alcune vallate non sono più nati figli – aggiunge – tanto che in alcuni comuni si contavano meno di dieci abitanti. Solo adesso le Alpi vivono una nuova stagione di interesse”.

Chi sono i nuovi montanari? Giovani coppie che rifiutano la vita dell’eccesso e scelgono la cultura del limite. Acquistano fazzoletti di terra improduttivi, si dedicano all’allevamento, alla vendita di prodotti agricoli. Non rifiutano la modernità, lo fanno anche online. Oppure creano strutture di agriturismo. “La speranza è in una legge nazionale che faciliti la ricomposizione dei fondi e abbassi i tassi di registro di piccoli appezzamenti e proprietà”. Lo scontro con una realtà fatta di capre da mungere e letame da spalare provoca ripensamenti? “La mancanza di accoglienza e di servizi come l’ufficio postale, il presidio medico, l’asilo: queste sono le uniche difficoltà da superare”. Il monologo ha un ritmo di crescente coinvolgimento, come il blu del cielo che in montagna diventa più intenso mentre si sale. E nello spettacolo fanno capolino persone come Serena, nata dopo 40 anni in un paese senza figli. Ha 20 anni e lavora nell’agri-campeggio dei suoi. E’ una giovane donna che munge le capre ed è felice

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