I Greco verso l’egemonia sul territorio palermitano. A questo puntavano dopo la seconda guerra di mafia, forti della caratura di Michele Greco, detto il Papa, loro parente. Dopo l’arresto di Leandro Greco, era il cugino Giuseppe Greco, detto il senatore, come il padre Salvatore, fratello del Papa, a tenere le fila dell’associazione. Questo rivela l’ultima operazione della Dda di Palermo che ha portato a 16 arresti per associazione di tipo mafioso ed estorsione aggravata dal metodo mafioso e ha coordinato polizia e carabinieri su due tranche di indagini. Una, sviluppata dai militari, ha ricostruito le nuove dinamiche di gestione del territorio. Un baricentro di potere che si è spostato da Brancaccio al mandamento di Ciaculli, dove, dopo l’arresto di Leandro, il testimone è passato al cugino Giuseppe che si è occupato di relazionarsi con le dipendenti famiglie mafiose di Brancaccio, Roccella e Corso dei Mille. A consigliare Giuseppe Greco c’era l’anziano Ignazio Ingrassia, detto il boiacane. I due imponevano la compravendita di immobili e si accordavano con la ‘ndrangheta per lo spaccio di cocaina.

Era Greco poi a gestire il delicato rapporto di coordinamento tra i mandamenti palermitani per acquistare all’ingrosso stupefacenti dalla ‘ndrangheta calabrese che, come è noto, è il più grande importatore in Italia di cocaina. Ingrassia invece teneva i rapporti con gli Stati Uniti e anche in questa operazione – dopo quella della scorsa settimana che ha portato all’arresto di diecipersone e svelato i frequenti rapporti tra Torretta e gli Usa – ritorna il nome di Frank Calì, il reggente per la famiglia Gambino a New York, ucciso da un killer estraneo a Cosa Nostra nel 2019. Omicidio che provoca agitazione nel mandamento di Ciaculli: Ingrassia, infatti, avverte subito Greco.

“Abbiamo individuato il vertice del mandamento Brancaccio-Ciaculli, si tratta di una delle organizzazioni più agguerrite e storiche di Palermo, abbiamo individuato il capo, i suoi fiancheggiatori e le attività estorsive che svolgevano nella città. Anche le relazioni con le altre famiglie del mandamento e con organizzazioni extranazionali, soprattutto negli Stati Uniti d’America, un ulteriore colpo a Cosa Nostra che sottolinea la volontà dell’Arma di non dare tregua”, ha spiegato il generale Arturo Guarino, comandante provinciale dei Carabinieri.

Un’operazione congiunta con la polizia che ha portato all’arresto di 16 persone. Tra cui Giovanni Di Lisciandro e Stefano Nolano, a capo della famiglia di Roccella. I due boss gestivano un sistema di estorsione capillare, senza alcun contrasto da parte dei commercianti che in nessun caso si sono rivolti alle forze dell’ordine. Supermercati, autodemolitori, macellerie, bar, discoteche, farmacie, panifici, imprese di costruzione, rivendite di auto ed altri ancora per un totale di quasi 50 episodi ricostruiti, a fronte di nessuna denuncia pervenuta alle forze dell’ordine. Perfino durante il lockdown, i pochi negozianti rimasti aperti, peraltro con volumi da affari assolutamente esigui, sono stati costretti a pagare il pizzo.

A Brancaccio ci sono, invece, Filippo Marcello Tutino e Girolamo Celesia a capo del mandamento. Tutino esercita il suo potere nella gestione dei rapporti tra i sodali addestrando gli affiliati su come ottenere il massimo da commercianti e imprenditori. Tra gli esattori della famiglia di Brancaccio, figurano Gaspare Sanseverino e Giuseppe Caserta. Quest’ultimo è stato scarcerato poco meno di due mesi fa e si è subito messo “a diposizione”, rivendicando un ruolo in seno alla famiglia mafiosa di Brancaccio.

E c’è un episodio emblematico tra le pagine dell’ordinanza. Riguarda una bambina di 7 anni che sta per partecipare alla commemorazione in memoria della strage di Capaci. Maurizio Di Fede reggente del clan di Roccella si infuria con la madre perché la bimba non può partecipare: “L’episodio della bambina che rivela quanto sia l’odio e l’appartenenza ad un’altra sponda della società civile di questi uomini, di queste famiglie. Un dato molto positivo. Una Palermo del 2021 quando un capo mafia che si arrabbi così tanto, vuol dire che la coscienza civile di Palermo sta veramente minando la credibilità di Cosa Nostra”, commenta il questore di Palermo, Leopoldo Laricchia.

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