di Carmelo Sant’Angelo

Ma che cosa ci aspettavamo dal popolo che ha inventato il Purgatorio? Che cosa poteva partorire il genio italico? Lo stesso che è riuscito a mettere in piedi l’astuta macchina delle indulgenze, ricavandola da sibilline affermazioni di san Paolo nella prima lettera ai Corinzi o da capziose interpretazioni effettuate da sant’Agostino, san Gregorio Magno e san Benedetto su un passo del vangelo di Matteo (12, 31-32)?

Nel regno dei morti si era giudicati, con verdetto binario, solo da Dio. Con il Purgatorio si crea, invece, una sorta di tribunale in composizione collegiale, in cui intervengono sia Dio che la Chiesa: il Primo giudica, la seconda distribuisce – a pagamento – le indulgenze. Un inno alla speranza!

La riforma Draghi-Cartabia si inserisce a pieno titolo in questa nobile tradizione, regalandoci un “Aldiquà” meno cupo e raggiungendo vette sinora inesplorate. Non a caso sono i Migliori! Per molto meno, negli anni scorsi, sono state innalzate pire nelle piazze rosse e nelle civiche agorà televisive per emendare dai suoi peccati l’eretico Silvio. Poi la sinistra, una volta “dimenticava” l’accendino, un’altra volta non portava la legna da ardere e di quelle leggi vergogna finiva anche per beneficiarne con ipocrita soddisfazione.

Le Res gestae divi Berlusconi narrano che, in quel tempo, i giudici avevano a disposizione 15 anni per condannare uno sfortunato rapinatore, colto in flagrante con la pistola ancora fumante. Oggi, Draghi rege, il processo muore dopo appena 2 anni e un giorno dal momento in cui il condannato appella la sua condanna in primo grado. Questa è civiltà!

Sono dei “barbari” tutti gli altri Paesi in cui la prescrizione decorre dal momento in cui il reato viene scoperto (mentre noi siamo più sportivi, amiamo concedere un congruo vantaggio al reo, per cui la prescrizione inizia a decorrere dal giorno in cui il reato è stato commesso, ci penserà poi il magistrato “piè veloce” a correre contro il tempo) e si interrompe alla richiesta di rinvio a giudizio o al rinvio a giudizio (mentre quel “giustizialista” di Bonafede avevo spostato il termine alla sentenza di primo grado).

E’ singolare che, in queste ore in cui l’Italia torna ad essere la culla del diritto, gli Stati Uniti si tormentano per l’inopinata scarcerazione di Bill Cosby. La Corte Suprema della Pennsylvania ha, infatti, annullato la condanna per violenza sessuale a causa di un cavillo legale: un accordo di “non persecuzione” stipulato, in forma orale, nel 2005, dal procuratore distrettuale della contea di Montgomery. Questi aveva promesso di non perseguire penalmente Cosby, a condizione che il comico testimoniasse in una causa civile relativa alle stesse accuse.

Da giorni le televisioni e la stampa danno voce alle vittime di violenza sessuale per ripetere ossessivamente una verità: “Sembra che il sistema giudiziario abbia servito il criminale anziché le vittime”.

E’ quello che accade, nell’indifferenza generale, da sempre in Italia. Ci si ricorda delle vittime solo per riempire il palinsesto televisivo del pomeriggio. Dopo le lacrime, puntualmente, arriva la panacea consolatoria offerta dal politico di turno, che non ha dubbi ad additare come colpevole il giudice. Poco importa se il giudice ha solo osservato la legge, anzi questo dimostra indubitabilmente la sua indole da “comunista” (sinonimo di “cattivo” nella retorica del Caimano).
Rimarranno, come sempre, inascoltate le ovvie profezie del dottor Davigo: in una Europa senza frontiere i criminali si sposteranno dov’è più conveniente delinquere. Perché farsi 10 anni di galera se in Italia vi è la ragionevole certezza di farla franca?

Premesso che la colpa sarà sempre dei giudici “comunisti”, ma cosa vi aspettavate da chi è riuscito a sottrarre persino l’infido usuraio dalla giurisdizione di Dio? Sottrarre il reo a Dike è stato pure un capolavoro, che sarà premiato con la reclusione settennale sul Colle più alto.

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