Ricorda “gli impegni presi con l’Europa“, che però chiedeva una riforma di segno opposto. Sostiene di volere “tempi certi e determinati” per i processi, senza considerare che, con le nuove norme, la metà dei fascicoli rischiano di andare in fumo. E annuncia rimedi speciali contro le tattiche dilatorie che però non compaiono nel testo approvato. Il via libera in Consiglio dei ministri alla riforma del processo penale, dice al Corriere della Sera la Guardasigilli del governo Draghi Marta Cartabia, è “un traguardo importante, raggiunto grazie alla determinata guida del premier“, che ha permesso di azzerare “le distanze tra cosiddetti giustizialisti e garantisti“. La blocca-prescrizione dell’ex ministro Alfonso Bonafede, contenuta nella legge Spazzacorrotti – dice – era “animata dal giusto obiettivo di limitare la prescrizione”, ma lo ha fatto “con un intervento sbilanciato, trascurando il diritto degli imputati alla ragionevole durata del processo”. Che invece Cartabia vuol assicurare con una tagliola ai tempi dell’Appello e della Cassazione, da svolgere rispettivamente in uno e due anni, allungabili a tre anni e a 18 mesi per alcuni reati contro la pubblica amministrazione, superati i quali il processo si estingue per improcedibilità. E la ministra avverte i partiti in vista del voto sulla legge-delega in Parlamento, che dovrà seguire alla delibera del Cdm: “Mi auguro che il senso di responsabilità dimostrato da tutti i ministri prevalga su ogni altra considerazione, nell’interesse del Paese”.

“Ce lo chiede l’Europa”? Ma Bruxelles promuoveva la Spazzacorrotti – Cartabia parla per la prima volta dopo le ultime, convulse giornate intorno al tema giustizia: l’ok alla sua riforma, dopo ore di incertezza, è arrivato anche dai quattro ministri M5S, convinti a scendere a patti – come rivelato dal fattoquotidiano.itdal fondatore Beppe Grillo dopo un colloquio telefonico con Mario Draghi. L’ex presidente della Consulta chiama in causa “gli impegni presi con l’Europa e le scadenze”, che le forze politiche, spiega, “conoscono bene”. “È vero che il Greco, organo anticorruzione del Consiglio d’Europa, ha richiamato l’Italia per l’alto numero di prescrizioni“, ammette, “ma l’Italia è anche, di gran lunga, il Paese col più alto numero di condanne della Corte europea dei diritti dell’uomo per violazione della ragionevole durata del processo, 1.202 dal 1959 a oggi”. Quello che la ministra tace, però, è che la Commissione europea – con riferimento proprio alle censure del Greco – a febbraio del 2017 chiedeva di interrompere i termini di prescrizione dopo la sentenza di primo grado, per disincentivare “tattiche dilatorie da parte degli avvocati”. Esattamente il contenuto della riforma Bonafede, salutata da Bruxelles come “benvenuta” e “in linea con le raccomandazioni” a febbraio 2020.

Migliaia di prescrizioni, ma con un altro nome – Sul tema, non a caso, la giurista tiene a specificare che la propria riforma “conserva l’impianto della prescrizione in primo grado della legge Bonafede: chi allora l’aveva proposta potrebbe ritenersi soddisfatto. È stato confermato il valore di quell’intervento per arginare le troppe prescrizioni”, spiega, perché “un processo che finisce nel nulla è davvero un fallimento dello Stato”. Il testo approvato giovedì, però, rischia di non arginare affatto le prescrizioni ma al contrario di produrne migliaia di nuove, seppur sotto un nome diverso: “improcedibilità” invece che “estinzione del reato”. La tagliola di due anni per il giudizio d’Appello, già di per sé, ammazzerebbe più di metà dei processi in corso, visto che secondo i dati del ministero della Giustizia la durata media del secondo grado è di 835 giorni, tre mesi in più del limite fissato. Inoltre, l’esca della potenziale estinzione in Appello e Cassazione non potrà che incentivare i ricorsi e proprio quelle tattiche dilatorie stigmatizzate dall’Ue. E potranno sperare anche i condannati per reati molto gravi (bancarotta fraudolenta, corruzione, lesioni gravissime) che, persino prima della Bonafede, difficilmente sarebbero arrivati a salvarsi con la prescrizione. Il contrario, insomma, di quanto auspicavano gli organi di Bruxelles.

I rimedi anti-dilazioni? Quelli che esistono già – Alla domanda in proposito (“Come si può non pensare che superare i due o tre anni diventi un obiettivo per avvocati e imputati?”) Cartabia risponde netta: “No, non è possibile. Abbiamo pensato anche a questo, introducendo sospensioni che bloccano la clessidra: ad esempio nei casi di legittimo impedimento. L’improcedibilità non può essere un escamotage per difendersi dal processo”. Nel testo licenziato dal Cdm, però, i casi di sospensione non sono altri che quelli “previsti dall’articolo 159, primo comma, del codice penale”, cioè gli stessi che sospendono il corso della prescrizione: autorizzazione a procedere, deferimento della questione ad altro giudizio, rogatoria all’estero e, appunto, legittimo impedimento. Nessuna norma ad hoc, quindi, a parte quella che prevede la sospensione del conto alla rovescia per eventuali rinnovi dell’istruttoria dibattimentale in appello, per un periodo, comunque, “non superiore a sessanta giorni” tra un’udienza e l’altra.

Il piano per rafforzare gli uffici – Messa così, non c’è da stupirsi che nei distretti giudiziari più in difficoltà per strutture e organico (ad esempio Napoli, ma anche Reggio Calabria, Roma e Catania) si tema un’ecatombe di procedimenti, con fascicoli che arriverebbero in secondo grado addirittura “già morti”, come avverte oggi sul Fatto il presidente della corte d’Appello di Napoli Giuseppe De Carolis. La Guardasigilli riconosce il problema e dice: “Dobbiamo intervenire. Con più risorse, più magistrati, cancellieri, personale tecnico; con più tecnologia e anche con queste modifiche del rito. Il tempo per supportare gli uffici giudiziari più in affanno c’è. E rispetto al passato, la vera svolta è che ora abbiamo risorse come mai prima. Ci saranno due concorsi in magistratura, ora entreranno altri 2.700 cancellieri, ci saranno interventi sull’edilizia e sulla digitalizzazione. E arriveranno, a partire dai prossimi mesi, 16.500 assistenti per l’ufficio del processo”. Tutti interventi che serviranno – o dovrebbero servire – a sveltire l’attività dei tribunali. Ma che si realizzeranno a lungo termine, mentre la ghigliottina temporale sui procedimenti entrerà in vigore a breve, con l’emanazione dei decreti attuativi da parte del Governo (il passaggio parlamentare servirà ad approvare la legge-delega).

Il nodo dei processi in corso – Sullo sfondo resta un dato di fatto: con le norme che si vorrebbero far entrare in vigore, varie inchieste cardine della storia giudiziaria italiana non sarebbero mai arrivate a sentenza definitiva. E il timore è anche per quelle in corso: il processo sulla Trattativa Stato-mafia, il cui grado d’Appello è in corso da quasi tre anni, o quello sul disastro del ponte Morandi, giunto alla vigilia del rinvio a giudizio dopo oltre tre anni di indagini. La ministra fa notare come nel testo una clausola preveda che la riforma si applichi ai reati commessi dal 1° gennaio 2020, “gli stessi a cui si applica l’attuale legge sulla prescrizione”. Ma mentre quella modificava la legge in senso sfavorevole agli imputati, e quindi non poteva applicarsi retroattivamente, questa va nel senso opposto, introducendo una nuova causa di improcedibilità che sarà facile, per gli avvocati, paragonare a una norma di diritto sostanziale, chiedendone quindi l’applicazione in base al principio del favor rei. Un’altra mina – tra le tante – che la riforma Cartabia piazza sulla già traballante giustizia italiana.

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