di Gianluca Pinto

Si parla degli stanziamenti del Pnrr per la “conversione verde”. Al di là delle cifre stanziate, che sono semplici numeri finché non se ne vedono materialmente la destinazione e i risultati conseguenti, bisognerebbe iniziare a riflettere seriamente su due punti fondamentali riguardo alle – forse – future “politiche ambientali”.

Il primo riguarda la ricaduta di tali politiche a livello economico in relazione alle classi sociali meno abbienti e quindi più deboli (e qui c’è il tema dell’utente finale). Il secondo punto, ancora più spinoso, riguarda la possibilità o meno che possa esserci una reale svolta in favore dell’ambiente quando questa fosse economicamente gestita sempre in nome del profitto e sempre da coloro che fino ad oggi sono i protagonisti della devastazione ambientale.

Se non si discute di questi aspetti si finisce come Landini che 10 anni fa (in merito all’Ilva) si sgolava per sostenere che non esiste contraddizione tra salute e lavoro e oggi si ritrova a dover accettare i fatti per quelli che sono.

Per quanto riguarda il primo punto, sappiamo per esperienza che ogni qualvolta si è deciso di attuare cambiamenti in funzione dell’ambiente (che sono necessari, sia chiaro), questi cambiamenti, inspiegabilmente, sono finiti a gravare sempre sulle spalle della collettività portando disagio soprattutto alle fasce economicamente più esposte della popolazione. Un esempio: la raccolta differenziata è un segno di civiltà, e sin qui nessuno può negarlo. Un po’ meno civile, però, è scaricare sulla spalle dei cittadini il costoso lavoro della differenziazione, costringendo famiglie che vivono in case piccole a dedicare uno spazio alla quantità di contenitori e bidoncini per la differenziazione. Questo responsabilità anche economica dei cittadini sarebbe accettabile se la raccolta differenziata non fosse stata resa necessaria dal modello economico basato sulla ricerca del guadagno incessante degli attori di questo sistema e se lo stato di salute di uno stato non fosse dettato dal PIL che spinge tale modello economico.

Se poi parliamo di dover cambiare automobili, classe energetica della casa, nuove forme di energia pulita, allora la questione di “Chi paga” è ancora più chiara, come chiarissimi i guadagni di chi nella svolta green vede il nuovo mercato pieno di opportunità e offre i suoi prodotti e/o servizi sempre a margine di profitti in continuità con la logica di cui sopra.

Un’eccezione sulla ricaduta diretta dei costi l’abbiamo avuta in Italia con il Bonus 110% (ma sempre di casse dello stato si tratta) che mi ha fatto pensare che ci fosse un inizio di riflessione sul tema (ma ora le cose sono “leggermente diverse”). Tuttavia anche il superbonus è figlio della logica per cui nel libero mercato spinto tutto va bene, il profitto individuale può benissimo calpestare gli interessi collettivi, ma quando si tratta di dover porre rimedio ai danni delle imprese impegnate nella corsa al guadagno incessante, ci rimettono la collettività e gli stati.

Si arriva, quindi, al secondo punto, ossia: il modello e i protagonisti della svolta green possono essere gli stessi che hanno portato il nostro pianeta alla devastazione e alle soglie del punto di non ritorno? Può essere sempre la logica del profitto con le caratteristiche di cui sopra a indirizzare tale svolta oppure bisogna riflettere seriamente su questo argomento in quanto bisogna risolvere delle contraddizioni che nessuno vuole affrontare?

Infine e soprattutto, visto l’evidente conflitto di interessi macroscopico tra protagonisti del liberismo spinto e ambiente, e vista l’impossibilità di risolvere tale conflitto rimanendo nello stesso modello economico, “chi” deve proporre un cambiamento? Ancora una volta le parole di Chico Mendez appaiono più attuali e vere che mai: “L’ambientalismo senza lotta di classe si chiama giardinaggio”.

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