È il libro che ogni vescovo dovrebbe tenere sul comodino, ogni cattolico tenere presente, ogni lettore di qualsiasi tendenza – interessato alle sorti della Chiesa come istituzione – dovrebbe consultare per cogliere il vento della storia. Perché mentre la cronaca si fissa su singoli momenti del pontificato bergogliano, la Chiesa cattolica è immersa da 70 anni in un processo di trasformazione che ha le caratteristiche di una transizione epocale, solo che nessuno riesce a immaginare l’approdo.

Nel suo libro La Chiesa brucia? Crisi e futuro del cristianesimo (ed. Laterza) lo storico Andrea Riccardi riassume l’onda lunga di questi ultimi decenni, fissando il percorso di una crisi – comprese le risposte date dall’istituzione – che è in pieno svolgimento. Grandi pontefici come Paolo VI e Giovanni Paolo II, Giovanni XXIII e Francesco hanno mostrato di essere capaci di stare sulla scena del mondo, ponendosi come interlocutori della società moderna, ma intanto la crisi strutturale della Chiesa come istituzione e comunità di popolo, apparato e associazionismo religioso tradizionale è andata avanti.

Già sul finire degli anni Quaranta del secolo scorso il cardinale Suhard di Parigi lanciava l’allarme su un possibile “declino” della Chiesa e in effetti – nonostante il concilio Vaticano II – il declino si è fatto strada. In Francia la frequenza alla messa domenicale è del 3-4 per cento, i preti sono crollati da 49.100 (1965) a 11.350 nell’anno 2017. In Spagna solo il 10 per cento dei fedeli va a messa la domenica, i preti sono scesi da 25.972 (1965) a 16.334 nel 2017 ma il dieci per cento viene da altri paesi.

In Germania dal 2000 al 2019 i preti sono calati da 17.129 a 12.893. Nonostante la forza organizzativa ecclesiastica e l’impegno del laicato tedesco anche qui la partecipazione alla funzione domenicale è in picchiata; nel 1950 più della metà dei cattolici andava a messa, nel 2019 si è al 9 per cento. Nell’Italia. che si culla nella definizione di paese ancora fortemente cattolico, la pratica domenicale si arresta al 19 per cento ma molti sociologi sostengono a quattr’occhi che nei fatti la cifra sia più bassa. Certo è che secondo un’indagine Ipsos il numero di chi si dichiara non aderente a nessun culto è salito al 30 per cento. Il mondo giovanile è in prima linea nella non-credenza, oscillando nelle varie fasce di età tra il 43 e il 48 per cento.

L’Europa è in affanno, sottolinea Riccardi, che da leader della Comunità di Sant’Egidio ha una visione internazionale. E certamente non risolleveranno le sorti del cristianesimo gli esperimenti nazional-clericali in atto in Ungheria e Polonia o il patto viscerale stretto negli Stati Uniti tra il populismo trumpiano e il fondamentalismo evangelical e cattolico.

Crolla il numero dei preti, come si è visto, si impoveriscono drammaticamente gli ordini religiosi maschili, stanno calando in fretta anche gli ordini religiosi femminili. Ma non si tratta di soli numeri. La crisi investe la cellula vitale, che è stata nei millenni la parrocchia. Investe il rapporto un tempo profondo tra immaginario religioso e ruolo del maschio, investe la funzione un tempo regolatrice della Chiesa nella sfera sessuale e familiare. Si rivela nella rivolta della donna contro il clericalismo maschiocentrico. La crisi si abbatte sui concetti stessi di obbligo, comandamenti, sacrificio, penitenza. C’è una perdita della memoria (che investe drammaticamente tutta la sfera sociale), una rottura di trasmissione di valori o per lo meno di confronto su valori tra genitori e figli, c’è stata l’incapacità – nota Riccardi anche con una certa sorpresa – dei genitori credenti di trasmettere alle nuove generazioni l’eredità vivificante del concilio Vaticano II.

Su tutto domina quella che l’economista Stefano Zamagni, presidente della pontificia Accademia di Scienze sociali, definisce la “seconda secolarizzazione”. Dove la prima secolarizzazione è quella che scuote il ruolo della religione, mentre la seconda scuote il rapporto tra individuo e società. L’esito in entrambi i casi è un diffuso disincanto.

La Chiesa brucia? Sì. Riccardi evidenzia acutamente che – quali che siano stati i caratteri e l’humus culturale dei vari pontefici da Paolo VI a oggi, anzi persino iniziando da Pio XII – l’intuizione che la Chiesa dovesse rendersi di nuovo missionaria, evangelizzare o lanciare una “nuova evangelizzazione” come esortava papa Wojtyla o andare verso le periferie come incita papa Bergoglio, non ha portato ad un rovesciamento della situazione. Nonostante il dinamismo di tante istituzioni, associazioni e iniziative cattoliche, non si è assistito in questi decenni ad un nuovo espandersi della massa dei praticanti. Il dato crudo è questo. Le chiese, che si svuotano, lo testimoniano.

Evidentemente la transizione epocale vissuta ora dal cattolicesimo è magmatica perché il mondo stesso, nel fallimento dell’ubriacatura neoliberista e nel disfarsi dell’illusione che la globalizzazione portasse tutti in paradiso, sembra vivere una fase liquida senza prospettive, attraversando un confuso rimescolamento in cui l’urlo dei populisti promette salvezza, ma in realtà (come diceva il gesuita illuminato Bartolomeo Sorge) nell’interesse concreto di una casta ristretta.

E tuttavia, oltre i fallimenti, le cadute, gli abusi clericali e i deliri di onnipotenza dei neo-tridentini, il cattolicesimo mantiene una sua prodigiosa vitalità. Da papa Francesco alle suore sperdute nelle bidonville del Terzo Mondo. Dice Riccardi: “La Chiesa, con i suoi limiti, resta una grande risorsa nel deserto di solitudine di tante periferie… Paradossalmente sono quasi solo gli ambienti della Chiesa che sul territorio continuano a fare riunioni e a non accettare la sola dimensione virtuale”. Insomma a rapportarsi agli uomini e alle donne come sono. In carne e ossa.

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