“‘Guarda, i soldi guadagnati facendo una cosa che ti piace non andrebbero spesi perché sarebbe bello tenerseli, sono talmente rari. Spera nella tua vita di poterli guadagnare facendo una cosa che ti piace perché saresti veramente un privilegiato’. Da quelle centomila lire incorniciate è partito tutto. Avevo bisogno della spinta di mio babbo, mia madre era già dalla mia parte”. Le parole sono del papà di Giovanni Veronesi ed è il regista a raccontare al Corriere della Sera di quando il suo babbo gliele disse dando il via a quella che è diventata una vita da regista. “Ripenso a mio padre e a mia madre ogni giorno. Sento un vuoto profondo: sono stati talmente importanti che non è possibile sostituirli con nessun passaggio di tempo, nemmeno tra 100 anni riuscirei a vivere felicemente come ho vissuto fino a quando c’erano loro. In ogni film metto qualcosa che me li ricorda e fa sentire vicini”, racconta Giovanni a proposito dei genitori, mancati a sei mesi di distanza: “Mia madre ha mantenuto la promessa: aveva detto che non voleva vivere neanche un giorno senza mio padre e sebbene il malato fosse lui, aveva un tumore da cinque anni, lei ha sorpassato tutti a destra e si è inventata un tumore che non c’era fino a poco tempo prima. È stata una sorpresa, a un certo punto abbiamo capito che non si è curata”. Dal racconto del tumore che ha avuto due anni fa e l’attesa dei “5 anni di protocollo” per esserne fuori, all’amore “smisurato” che prova per Valeria Solarino fino a Francesco Nuti: “Lui non fa parte della mia famiglia, ma è come se fossimo fratelli. Se non ci fosse stato lui il mio mestiere non sarei riuscito a farlo in questo modo, entrando dalla porta principale. A parità di talento ne ho visti tanti rimanere al palo, io non mi reputo Kubrick, so benissimo quali sono miei limiti. Sono stato aiutato un po’ dalla fortuna e molto da Francesco, che nei primi anni della mia carriera mi ha spalleggiato, mi ha prodotto film, me li ha fatti scrivere”. Un’amicizia così forte che il regista non rinuncia ad andare a trovare Nuti in clinica: “Non sono sicuro (che capisca, ndr), ma la speranza è talmente tanta che esco sempre soddisfatto. E poi lui sorride, mi guarda, alle volte spero che non capisca perché ho paura che possa soffrirne”.

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