Il G7 svoltosi in Cornovaglia, dall’11 al 13 giugno scorsi, ha posto in evidenza la situazione tragica e difficilissima nella quale si trova oggi il mondo intero. I punti trattati sono stati l’ambiente, il Coronavirus e la situazione economica. Particolare attenzione è stata rivolta a quest’ultimo settore, che, in sostanza, condiziona l’adozione di correttivi necessari, sia per quanto riguarda l’ambiente sia per quanto riguarda la pandemia.

Nel suo intervento, il presidente Usa Joe Biden ha in sostanza affermato che l’idea neoliberista proclamata nel 1989 al termine della guerra fredda, secondo cui il libero mercato avrebbe avuto delle regole interne e automatiche che avrebbero assicurato lo sviluppo economico, è miseramente fallita.

Di conseguenza si rende oggi necessario l’intervento massiccio degli Stati nell’economia. È un caposaldo molto importante, perché ripone al suo posto la funzione del diritto, il cui fine è il bene degli uomini e della vita del Pianeta, e ricolloca l’economia in una situazione di subordinazione rispetto agli Stati.

Purtroppo non abbiamo elementi per poter affermare che, secondo Biden, l’intervento dello Stato nell’economia sia da intendere non come concessione di sussidi a S.p.A. private, le quali sono scalabili da chiunque e soggette a fallimento, ma come intervento diretto nell’economia dello Stato e degli altri Enti pubblici, che perseguono obiettivamente interessi pubblici di tutti i cittadini e non gli interessi dei soci delle singole S.p.A. Purtroppo questo non è avvenuto in Italia a proposito di Autostrade. I mass media, televisioni in testa, hanno annunciato che le autostrade sono tornate in mano pubblica, il che non è esatto. Poiché della S.p.A. Autostrade fanno parte altre S.p.A. che, se si coalizzassero insieme, sarebbero in grado di togliere a Cdp il 51% delle azioni.

Quello che è da tener presente è che, se si vogliono perseguire gli obiettivi del G7 in campo ambientale, pandemico ed economico, lo Stato deve intervenire come imprenditore protagonista dell’economia con propri ed espertissimi manager. Cioè come Ente pubblico economico che persegua direttamente gli interessi della Nazione, senza limitarsi a dare sussidi a S.p.A. private, che restano soggette al diritto privato e quindi sono legittimate a perseguire gli interessi dei soci delle S.p.A. e non di tutti i cittadini.

Quello che occorre è tornare all’idea, molto chiara ai romani ma offuscata dalle concezioni borghesi e neoliberiste, della “proprietà pubblica demaniale”, che è sancita dall’articolo 42 primo comma della Costituzione, secondo il quale la proprietà è pubblica e privata e per proprietà pubblica deve intendersi la proprietà collettiva demaniale del Popolo, come affermò nel secolo scorso il grande amministrativista Massimo Severo Giannini. Voglio dire che, a termine di Costituzione, taluni beni esistenti nel territorio, quali elementi costitutivi dello Stato-Comunità, appartengono direttamente al Popolo a titolo di sovranità, nel senso che lo Stato-Comunità non potrebbe sopravvivere se non si ritenessero inalienabili, inusucapibili e inespropriabili taluni beni essenziali, che sono: talune parti strutturali del territorio, la biosfera, il paesaggio, i beni artistici e storici, le comunicazioni, le telecomunicazioni, le frequenze televisive, le rotte aeree, le industrie strategiche, i servizi pubblici essenziali, le fonti di energia e le situazioni di monopolio (art. 43 Cost.), i quali dovrebbero costituire il nuovo demanio suggerito dalla Costituzione.

Peraltro la proprietà pubblica di questi beni, a titolo di sovranità, consentirebbe agli Stati dell’Occidente di essere inattaccabili quanto alla proprietà di quei materiali che oggi sono divenuti essenziali per la costruzione di micro-chip, di semiconduttori e di batterie, come è stato sottolineato al G7 svoltosi in Cornovaglia. È quello che vado predicando da oltre 30 anni e che ho riassunto nell’ultimo mio volume: La rivoluzione costituzionale. Alla riconquista della proprietà pubblica (Edizione Diarkos, 2020).

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