Nella stucchevole melassa che straborda in questi giorni e ricopre sino a quasi soffocare l’Europeo di calcio, molte cose non sono poi così dolci e virtuose come si sta cercando di spacciare. Cominciamo dalla serata inaugurale di venerdì 11 giugno allo stadio Olimpico di Roma. Zoomiamo sulla tribuna centrale, dove siede il presidente Mattarella. Che giustamente, e doverosamente, assiste alla partita dell’Italia contro la Turchia indossando la mascherina. Dovrebbero farlo tutti i sedicimila spettatori, come richiesto formalmente dagli organizzatori. Però, sugli spalti, se ne fregano ampiamente. Ma ancor di più nella stessa tribuna centrale che dovrebbe dare il buon esempio: ho scattato una foto in cui si vede che l’unico a mantenere sempre la sua mascherina è Mattarella. L’immagine comunica arroganza: l’immunità di regime.

Un po’ come l’atteggiamento di Roberto Mancini. Per esempio, questo martedì 15 giugno vigilia dell’incontro (sempre a Roma, sempre all’Olimpico) tra Italia e Svizzera, mentre tutti i calciatori della nazionale azzurra scendono dal bus della squadra con la mascherina d’ordinanza (e di prevenzione, visto che i contagi continuano a colpire, vedi il caso della Spagna e della Svezia, per esempio), il nostro Ct è l’unico che non la porta. Non proprio un bell’esempio.

Mancini ha preso il Covid lo scorso novembre… e tuttavia, non scordo che il 22 ottobre aveva postato su Instagram una vignetta in cui era ritratto un ammalato, in una corsia d’ospedale, con l’infermiere (o il medico) che gli chiedeva: “Hai idea di come ti sei ammalato?”, e il poveraccio che rispondeva “guardando i tg”. Un brutto messaggio. Che ostinatamente Mancini perpetua. Poi c’è chi ha criticato il premier Conte perché aveva chiesto alla Ferragni e a Fedez di sensibilizzare i ragazzi sull’uso e la necessità di indossare le mascherine. Per fortuna, i suoi calciatori sono più responsabili. Il commissario tecnico, invece, anche a fine maggio, aveva continuato la sua campagna no mask: “Spero che le mascherine scompaiano al più presto”.

La destra, com’è notorio, tifa molto per Mancini che imita Salvini. Idealmente connesso con la “Società degli Apoti”, tanto cara a Giuseppe Prezzolini e Indro Montanelli, ossia la congrega di coloro che non se la bevono, dei disincantati che non credono alle raccomandazioni degli epidemiologi, dei dirigenti sanitari e del governo. Un “apote” insofferente della politica, dei partiti di massa e delle istituzioni democratiche fu Guglielmo Giannini, il fondatore dell’Uomo Qualunque.

Chiusa la parentesi tricolore, altri momenti piuttosto sconcertanti sono stati i fischi contro i giocatori che si sono inginocchiati prima del calcio d’inizio per solidarietà nei confronti del movimento Black Live Matter. Quelli di San Pietroburgo, prima di Belgio-Russia, sono stati poderosi. Meno vigorosi, ma abbastanza da farsi sentire in Mondovisione, pure i fischi allo stadio Wembley, dove i giocatori inglesi erano inginocchiati mentre gli avversari croati li guardavano infastiditi. I cronisti si affannano a spiegare che la stessa “divisione” avviene tra le gradinate, ma mi viene in mente che nell’amichevole tra Ungheria ed Irlanda, a Budapest, cui presenziava Viktor Orban (gran tifoso dell’Honved e della nazionale magiara), la gazzarra era stata a dir poco vergognosa e lo stesso Orban aveva esecrato il simbolico gesto degli irlandesi definendolo “provocatore”.

Proprio l’Europeo sta mettendo a nudo le fragilità di un’Europa che sui valori fondanti della democrazia e sulla lotta alle discriminazioni, mostra crepe, soprattutto nei Paesi dove la democrazia è in pericolo, dove la libertà di opinione è perseguita (vedi in Russia, vedi in Ungheria) e persino in Inghilterra c’è chi dichiara guerra al “take a knee”: il farneticante Nigel Farage (il leader della Brexit), per il quale “inginocchiarsi significa soltanto solidarizzare con una organizzazione marxista che vuole eliminare le forze politiche, vuole distruggere il capitalismo occidentale, cancellare il nostro modo di vivere e sostituirlo con un nuovo ordine comunista”.

In sostanza, si combatte l’impegno civile (peraltro sostenuto dalla Uefa con la campagna Respect) quando irrompe nel mondo dello sport. Per costoro, la politica è nemica dell’agonismo. Dimenticando che la politica è agonismo. E che dimostrarsi sensibili alle problematiche della vita quotidiana non rende i calciatori meno bravi di quello che sono. Quando Daniele Orsato, l’arbitro di Inghilterra-Croazia, si è inginocchiato, come i giocatori inglesi, ne ho ammirato il coraggio. E anche la FifPro, il sindacato mondiale dei calciatori, si è sentita in dovere di appoggiare questo gesto, proclamando in un comunicato “il pieno sostegno ai giocatori dell’Inghilterra contro razzismo e discriminazione, nel calcio e anche fuori, a Euro 2020”. I diritti umani e i valori della democrazia fanno paura se ad esprimerli davanti alle telecamere di tutto il mondo sono i campioni più popolari che hanno capito quanto sia doveroso rispettare il libero arbitrio. O meglio, la libertà. Dare un calcio al razzismo, alle discriminazioni, alla violenza.

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