Ex Ilva, sempre peggio. Arcelor Mittal “buca” anche la seconda rata dell’affitto dello stabilimento che sarebbe tenuta a pagare alla gestione commissariale. E’ la seconda volta che il gruppo franco-indiano non rispetta gli impegni, già a maggio il pagamento era saltato. In tutto 45 milioni di euro più Iva, come ricostruisce oggi il Corriere della Sera. Eppure Arcelor Mittal aveva ricevuto un bello sconto lo scorso marzo, quando si decise di dimezzare la rata ,con impegno a saldare la differenza una volta completata la cessione dell’impianto. Non solo. Arcelor Mittal è in debito anche con la Pellegrini, azienda che si occupa del servizio mensa dello stabilimento di Taranto. La società di ristorazione continua ad attendere il versamento degli 8 milioni di euro dovuti. In generale le aziende dell’indotto rivendicano mancati pagamenti per quasi 40 milioni. L’unica che ha tirato un sospiro di sollievo è l’impresa di pulizia Ags che, dopo proteste e mobilitazioni del personale, ha ricevuto una parte di quanto gli era dovuto. Martedì scorso l’amministratrice delegata di Arcelor Mittal Italia Lucia Morselli ha disertato l’incontro in programma con in fornitori affermando che “sarà disponibile a riparlarne dopo le ferie”

La proporzione delle cifre in gioco – Vale la pena ricordare che Arcelor Mittal è un gruppo che fattura circa 70 miliardi di euro l’anno. Come tutti i protagonisti del settore siderurgico ha accusato i pesanti contraccolpi della pandemia con ordini quasi azzerati nei mesi della chiusura. Ma le spalle sono molto larghe, le rate che mancano e i soldi per i fornitori sono bruscolini. Non è una questione economica, sono segnali inviati al governo nell’ambito delle trattative. Il gruppo ha il coltello dalla parte del manico. Per abbandonare Taranto al suo destino basta pagare 500 milioni di euro. Un centoquarantesimo di quanto ArcelorMittal incassa ogni anno.

Impianti quasi fermi, metà dei lavoratori a casa – Intanto la produzione dello stabilimento langue sui livelli più bassi di sempre (3,5 milioni di tonnellate l’anno su una capacità di 8 mln), buona parte degli impianti rimangono fermi, nonostante i primi segnali di ripresa del mercato, e metà del personale rimane in cassa integrazione. Come ha ricordato ieri Il Sole 24 Ore, a inizio anno il polo siderurgico pugliese accumulava 100 milioni di euro di perdite al mese. Ora pare che i conti si siano, almeno in parte, rimessi in sesto. Così però è facile notano però i sindacati. Metà della forza del lavoro è in Cig e a carico dello Stato, i fornitori e gli affitti non vengono pagati. Tutto il temporaneo risanamento insomma avviene sul lato dei costi e a scapito di contribuenti e indotto. Il gruppo afferma che le trattative con il governo procedono, per lo stabilimento potrebbero essere usati parte dei fondi europei per le riconversioni sostenibili. La transazione energetica porterebbe però certamente con se anche significativi esuberi. La notte dell’ex Ilva è ancora lunga.

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