L’epopea dei mari dell’ex re dei traghetti italiani Vincenzo Onorato con la sua Moby e la Tirrenia si è trasferita da tempo nelle aule dei tribunali. Ora arriva una nuova appendice a complicare ulteriormente la situazione di pre-dissesto del gruppo. Pochi giorni fa i commissari straordinari dell’ex Tirrenia in amministrazione straordinaria hanno citato in giudizio la compagnia di tragetti Moby per riuscire a riscuotere un credito che Cin, Compagnia italiana di navigazione sempre del gruppo Onorato, vanta con la stessa Moby. Un’azione avviata perché la stessa amministrazione straordinaria di Tirrenia ha un credito nei confronti di Cin di circa 180 milioni di euro, mai saldato dall’atto dell’acquisizione nel 2012. Nel frattempo sia Moby che la Cin (Compagnia italiana di Navigazione che ha acquisito Tirrenia e che oggi è posseduta al 100% dallo stesso Onorato) sono in attesa del via libera del Tribunale ai loro concordati chiesti per evitare il fallimento delle due società.

Ma come si è arrivati a questo punto? Tutte due le compagnie di ferries della famiglia Onorato sono in stato agonico da tempo e la loro sorte è appesa al filo del concordato. Alla base di tutta la vicenda c’è uno degli innumerevoli casi di iper-indebitamento in cui capitalisti senza capitali hanno fatto il passo più lungo della gamba. Per acquisire la vecchia Tirrenia e divenirne il dominus incontrastato, Onorato ha bussato a denari oltre ogni limite. Nel 2015-2016 con una sciagurata operazione di leverage buy out ha chiesto prestiti per mezzo miliardo per trasformarsi nel re dei trasporti marittimi. Niente soldi suoi, ma 300 milioni di un bond in Lussemburgo con cedola al 7,7% annuo e 200 milioni di prestiti bancari. Tutti scaricati sulla Moby che si è ritrovata di punto in bianco zavorrata da mezzo miliardo di debiti. Dovevano essere sostenuti dai flussi di cassa che il solito piano industriale magnificava ricchi e fiorenti.

In realtà già nel 2016 quei flussi e quei margini cominciano paurosamente a flettere. Da allora è stato uno stillicidio continuo. All’atto del caricamento del maxi-debito, Moby faceva ricavi per poco meno di 250 milioni con un margine lordo di soli 46 milioni. Solo gli interessi sul bond da 300 milioni mandano in rosso il margine operativo netto, in perdita per la prima volta. Da allora, complice ricavi in caduta libera, Moby continuerà a inanellare perdite. Senza fine. Un maremoto. Nel 2019 Moby ha chiuso un bilancio terribile. Una perdita netta di 198 milioni su un fatturato di 271 milioni con un patrimonio netto andato in rosso per la bellezza di 145 milioni. E complice il Covid i dati (gli ultimi disponibili) a giugno del 2020 sono ulteriormente peggiorati. I ricavi del semestre sono crollati a 65 milioni con una perdita salita a 298 milioni e il patrimonio finito sottozero per la cifra monstre di 444 milioni. Il crac è servito.

Stesso copione per Cin: ricavi e margini in caduta libera e debiti che salgono a cifre folli. Ogni volta Onorato rinnova piani industriali su piani industriali ma senza risultati. E così mentre la crisi morde, già a partire dal 2016 ecco che il patron di Mascalzone Latino le prova tutte, in una girandola di operazioni tra parti correlate che vedono protagoniste Moby, Cin e la società di famiglia la F.lli Onorato gestita dai due figli.

Quanto a Cin e Moby, come rilevano i commissari dell’ex Tirrenia nell’atto di citazione, Moby ha drenato risorse a Cin. Incassando i biglietti di Cin senza mai retrocederli alla compagnia. Tra biglietti incassati e noleggio navi, al 31 dicembre 2019 Cin vantava verso Moby crediti per 128 milioni di euro. Nella citazione si afferma inoltre che nonostante Moby non avesse pagato la tranche di 180 milioni all’amministrazione straordinaria per gli asset di Tirrenia e nonostante avesse un debito verso Cin di 128 milioni, tra il 2017 e il 2018 ha ricevuto altri 85 milioni dalla controllata tra dividendi e riserve, portando il totale dell’esposizione di Moby verso Cin a 213 milioni. Il tutto per sostenere i conti vacillanti di Moby a scapito della stessa Cin.

Ma entra in gioco anche la società dei figli di Onorato, la F.lli Onorato che noleggiava le navi a Moby che le sublocava a Cin. Ebbene secondo la relazione tecnica dei commercialisti che hanno ricostruito i passaggi infragruppo, tra il 2015 e il 2020 Moby riceveva da Cin e poi trasferiva alla F.lli Onorato risorse per 47,8 milioni. Non solo: c’è una girandola di uscite di cassa da Moby a favore di Onorato e delle parti correlate, oltre che verso movimenti e partiti. La relazione individua uscite di risorse da Moby per un totale di 11,2 milioni di euro tra finanziamenti a Beppe Grillo, Casaleggio Associati, fondazione Open e Pd; e il noleggio di aerei a uso personale, auto, e immobili. Tutti soldi usciti dalle casse della compagnia di traghetti, mentre la nave di Moby stava già affondando da tempo. Ora si attende l’esito dei concordati, anche se la mina dell’atto di citazione dei commissari rischia di complicare il percorso.

Solo per quanto riguarda Moby, se il concordato passasse i creditori, dai bondisti alle banche, finirebbero per perdere oltre il 50% dei 500 milioni di esposizione. Moby sopravvivrebbe sotto ancora la guida di Onorato semplicemente facendo pagare il conto del dissesto a chi l’ha finanziato. La famiglia si sacrificherebbe invece ben poco. Vincenzo Onorato ha deciso di rinunciare al suo maxi-compenso come presidente del Cda di Moby pari a 3 milioni annui per un periodo di 4 anni. E la famiglia tramite la Onorato Armatori srl socio unico di Moby parteciperà al sacrificio per il salvataggio con 2 milioni di euro. Peanuts evidentemente. E così in questa travagliata vicenda l’epilogo, se Onorato riuscirà a evitare il fallimento dopo essersi pesantemente indebitato, sarà quello visto molte volte. Si va a prestito per propri sogni imprenditoriali personali, poi se le cose vanno male, non si perde l’azienda. Basta far pagare il conto a chi ti ha prestato i soldi. Molto comodo fare i capitalisti senza i capitali.

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