La sentenza della Corte d’Assise di Taranto scatta una fotografia alla gestione dell’Ilva da parte dei Riva fino al 2012. Ma mette anche dei punti fermi che, se confermati negli ultimi due gradi di giudizio, potrebbero avere implicazioni sul sul futuro dell’acciaieria tarantina. Sia in alcuni suoi uomini – condannati e interdetti dagli incarichi – che nell’assetto dei gestori, sul quale rischia di avere un’influenza ancor più rapida e incisiva la decisione di confiscare l’area a caldo del siderurgico. Sempre che non arrivi una conferma del Consiglio di Stato alla sentenza del Tar di Lecce che ha imposto lo spegnimento entro 60 giorni. Se il massimo organo amministrativo non dovesse cancellare la pronuncia dello scorso febbraio, la situazione si ingarbuglierebbe in tempi assai più rapidi.

Cosa succede ora? – Allo stato, infatti, la confisca disposta dalla sentenza è considerata sostanzialmente innocua, non avendo effetti immediati sulla produzione del siderurgico, perché “operativa” solo nel caso in cui venga confermata dalla Cassazione. Al momento resta attivo il sequestro con facoltà d’uso da parte di Acciaierie Italia, la join venture tra ArcelorMittal e Invitalia, che gestisce l’impianto. L’acciaieria di Taranto, come già confermato dalla Corte Costituzionale, è infatti considerata per legge un impianto strategico per l’economica dal lontano 2012, quando il gip di Taranto Patrizia Todisco dispose il sequestro senza facoltà d’uso, superato da un decreto del governo.

Quel vincolo nel contratto Invitalia-Mittal – La confisca rischia tuttavia di avere un impatto sull’accordo tra Invitalia e Mittal. Il contratto messo nero su bianco dalle sue società prevede infatti che la seconda tranche dell’investimento (Invitalia al 60% di Acciaierie Italia, Mittal al 40) sia subordinata ad alcune condizioni sospensive. L’operazione potrà procedere solo se si verificheranno la modifica del piano ambientale per tenere conto delle modifiche del nuovo piano industriale e, soprattutto, la revoca di tutti i sequestri penali riguardanti lo stabilimento di Taranto. Non solo: l’accordo è anche subordinato all’assenza di misure restrittive – nell’ambito dei procedimenti penali in cui Ilva è imputata – nei confronti di Acciaierie d’Italia Holding o di sue società controllate. Nel caso in cui le condizioni sospensive non si verificassero, la newco nata poche settimane fa non sarebbe obbligata a perfezionare l’acquisto dei rami d’azienda di Ilva e il capitale in essi investito verrebbe restituito.

L’attesa per il Consiglio di Stato – A breve, soprattutto, arriverà la pronuncia del Consiglio di Stato sulla sentenza del Tar di Lecce appellata da ArcelorMittal. Un passo che il ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti ha definito fondamentale per “avere il polso della situazione”. Dopo il pronunciamento, ha detto Giorgetti, “sarà possibile capire in che quadro giuridico lo Stato, in qualità di azionista, potrà operare. Servono certezze per dare una prospettiva di crescita e sviluppo a Ilva e all’acciaio in Italia”. Il 13 febbraio, i giudici amministrativi di Lecce si sono espressi sull’appello di Arcelor, del ministero dell’Ambiente e della Prefettura di Taranto dando ragione al sindaco della città, Rinaldo Melucci, che aveva ordinato lo spegnimento dell’area a caldo. Il Tar ha confermato l’ordinanza del sindaco che imponeva la chiusura entro 60 giorni perché persiste una “situazione di grave pericolo per la salute dei cittadini” a causa di “impianti vecchi” con il “rischio che si ripetano fenomeni inquinanti”. La decisione del Tar è stata portata da ArcelorMittal davanti al Consiglio di Stato, ora chiamato a confermarla o a ribaltata. Una decisione dirimente per il futuro dell’acciaieria, proprio nel momento in cui – dopo anni di risanamento ambientale e degli impianti andati avanti a singhiozzo – l’ingresso dello Stato nella società, attraverso Invitalia, e i fondi previsti dal Recovery Plan dovrebbero dare il là a una lenta ma definitiva trasformazione del sistema produttivo del siderurgico. “Sarebbe davvero una beffa insopportabile – dicono Francesca Re David e Gianni Venturi della Fiom-Cgil – se, dopo il danno, non diventasse possibile l’approdo ad una produzione ambientalmente sostenibile dell’acciaio nell’impianto di Taranto”.

Twitter: @andtundo

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