Che cos’hanno in comune Luigi Pirandello e la Virtual Reality? “Solo” un grande attore: Elio Germano. Che ha letteralmente riscritto Così è (se vi pare) adattandolo al linguaggio della Realtà Virtuale. Ne è nato Così è (o mi pare), diretto e interpretato dall’artista romano (nei panni di Lamberto Laudisi), prodotto dalla fiorentina Gold Productions con Fondazione Teatro della Toscana e Infinito Produzione Teatrale.

Va subito detto che la definizione del progetto può essere compresa esclusivamente dalla sua esperienza, che è sensazionale. Ed è probabile sarebbe stata applaudita anche dal genio del drammaturgo siciliano, indefesso visionario alla costante ricerca del superamento di ogni limite imposto dalla scrittura teatrale, a partire dal tentativo di sovrapporre soggettività e oggettività. Avesse dunque sfiorato i mirabolanti utilizzi della VR, non avrebbe esitato a farli propri (forse per sovvertire anche questi!) interpretandoli quale una soluzione ideale di “teatro partecipato” per eccellenza, dove lo spettatore non solo è posizionato “dentro” la scena, ma ne è parte integrante, un vero e proprio personaggio.

La mutazione del paradigma soggetto/oggetto è dunque sostanziale e – a suo modo – rivoluzionaria, o meglio squisitamente pirandelliana, laddove a essere messe in discussione sono le basilari “opposizioni” di realtà vs finzione, corporalità vs apparenza, verità vs relatività. Non casualmente lo stesso Elio Germano, da anni appassionato e ormai esperto e ideatore di progetti in Virtual Reality, ne parla come un vero e proprio nuovo linguaggio, che “interseca quelli di teatro e cinema superandoli”. “Dal mondo del teatro arrivano la prove degli attori, il montaggio di un palco; dal cinema arriva la terminologia tecnica, il fatto che esistano delle macchine da ripresa. Ma – spiega Germano – dal primo si perde il proscenio e dal secondo la compresenza della troupe, che necessariamente deve posizionarsi in un altro spazio, nascosto”. “Questo perché la grande differenza è che si lavora a 360°, tutto è sferico: le riprese, lo spazio, la percezione. Noi attori siamo sempre in scena”.

Ad essere prodigiosamente risolto è un antico paradosso: il teatro da luogo “fisico e analogico” diviene “virtuale e digitale” pur rimanendo se stesso, con spettatori che – seduti tutti insieme in platea in un vero spazio teatrale – assistano al proprio divenire personaggi della piéce di cui sono pubblico. La prospettiva esperienziale, dunque, è sia individuale (ma non “individualistica”) che collettiva, con un “sensibile” rafforzamento dell’impatto emozionale e non di meno della funzione sociale e “democratica” dell’arte on stage. Concretamente, ecco quanto avviene.

Gli spettatori vengono fatti accomodare nella platea di un teatro (nel caso della nostra esperienza in assoluta premiere stampa era il Teatro della Pergola di Firenze) e attrezzati di un visore per la Realtà Virtuale e delle cuffie audio. Una volta fatta partire la visione, ci si trova catapultati in scena nel “corpo” di un personaggio della piéce (che non andremo a svelare per non rovinare la sorpresa), circondati dagli altri attori che, se il copione lo richiede, si rivolgono a noi, e dal nostro “corpo virtuale” esce una voce di risposta alle loro sollecitazioni. Noi possiamo scegliere dove e cosa osservare girando lo sguardo, diventando così personaggi e spettatori contemporaneamente. Se l’esperienza è appunto notevole, altrettanto può dirsi della qualità d’adattamento operata da Elio Germano sul testo di Pirandello: attualizzata ai nostri tempi e naturalmente “rivisitata” per il linguaggio della VR. Così è (o mi pare) inaugurerà il proprio tour durante la stagione autunnale del Teatro della Toscana, preceduta da alcune anteprime tra cui il Romaeuropa Festival 2021 dal 23 al 26 settembre.

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