Egan Bernal il Formidabile del Recovery Giro annuncia che non parteciperà al Tour, per via del mal di schiena. Farà Olimpiadi e Vuelta. Remco Evenepoel il Bimbo (ha 21 anni) ammette che non era preparato per questo Giro ma che lo porterà a termine: “E’ stata comunque una grande esperienza”. Chi impara è già a mezza vittoria, diceva Coppi ai suoi amici gregari.

Cinque dei primi dieci in classifica, a cominciare da Bernal, sono under 26, in totale i giovani di questo Giro ancora in gara sono 44. Il decano Vincenzo Nibali, 36 anni, due Giri, un Tour e una Vuelta nel palmarès, vuole onorare sino all’ultimo metro la corsa rosa, nonostante la frattura rimediata un mese fa al polso e la caduta di domenica. Merita stima e rispetto.

In lizza sono rimasti 152 corridori, 50 sono italiani. Di essi, 38 militano in squadre straniere e quindici si sono piazzati (sinora) trai primi cinquanta della classifica generale (Caruso secondo, Ciccone sesto, Formolo undicesimo). Tra i primi cinquanta corridori del ranking mondiale solo 4 italiani indossano la maglia di una delle quattro squadre Professional o dei 10 team Continental con sede in Italia. Cioè la serie B e C del ciclismo professionista. Nelle 19 squadre World Tour, ossia la serie A, sono sparpagliati 62 corridori professionisti italiani. Compreso Elia Viviani (Cofidis), il nostro portabandiera ai prossimi Giochi di Torkyo. Questa diaspora è una denuncia.

Domani si ricomincia con le salite, e brutte assai. Da Canazei si arriva a Sega di Ala, 193 chilometri che diventano ostici da Avio (quando se ne sono percorsi quasi 140) sino al Passo San Valentino, aperitivo per fuggitivi e per il francese Geoffrey Bouchard che capeggia la classifica dei Gran Premi della Montagna, con 136 punti (Bernal lo incalza a 107), prima dell’ultima feroce arrampicata dove la strada s’impicca al cielo con tratti al 17 per cento di pendenza e con medie tra il 10 e il 12 per cento. A parte l’indiscussa superiorità di Bernal, è terreno per micidiali rese dei conti tra chi vuole salire sul podio finale. Sfida alla Sega Corral di Ala…

Speriamo che possa consolarci e riconciliare col Giro, dopo il pastrocchio del tappone dolomitico sminuzzato, orfano di Fedaia e Pordoi, salite che forse avrebbero resa diversa e meno tombale l’attuale classifica, ormai ben delineata e con distacchi che sembrano crepacci. Per non parlare della Rai e della sua figuraccia in Mondovisione. Una volta i telecronisti vantavano con sicumera i “potenti mezzi” aziendali. Per fortuna, al lunedì nero tv è corrisposto, semiclandestino, l’ennesimo show di Bernal, la bella prestazione del ragusano Damiano Caruso, il canto del cigno di Vincenzo Nibali, rimasto in fuga con altri cinque corridori per 81 chilometri, e poi risucchiato dai migliori, appena la salita al Giau si incarogniva.

Polemiche e conferenze stampa in remoto a parte, anche stavolta la tradizione del giorno di riposo è rispettata. Almeno quella. Si pedala a parole, e a numeri, passione dei corridori. In attesa del gran finale, fra cinque giorni, a Milano.

Sono le ore in cui uno come Caruso, brillante secondo alle spalle di Bernal, può smettere di interpretare la parte dello scudiero di lusso, o del capitano per caso. Già al quotidiano sportivo L’Equipe (luglio 2019) aveva confidato d’essere sottovalutato, “non si parla mai di me, mi piacerebbe che la stampa fosse più democratica”. E ancora: “A forza di essere gregario, di sacrificarsi per la squadra, si perde il senso della vittoria”. Allora pigliava ordini da Nibali.

Al quotidiano parigino Caruso ricordò con orgoglio che suo padre poliziotto aveva fatto parte della scorta di Falcone, “la mafia bisogna raccontarla ma Saviano fa business, nella serie Gomorra lui talvolta romanza, si fa bello ma vive di questo. Lui odia la mafia e se ne nutre. Falcone, invece, ha pagato con la vita”.
Un’intervista in cui le parole correvano più veloci che in volata, per rivendicare con fierezza e consapevolezza identità, opinioni, sicilianità: “Io vivo la vera Sicilia, Ragusa è a sud, è una zona turistica, la mentalità è più aperta, io abito a 200 metri dalla villa del commissario Montalbano, quello della serie tv, mi è capitato di assistere a qualche ripresa”. E ancora: “Il siciliano si lamenta facilmente e non fa nulla per cambiare le cose, ma io non piango mai. Vivo in Sicilia, ne sono felice. Spesso mi dicono: sei un cretino a rimanerci, regali la metà dei tuoi guadagni allo Stato, ma io mi rifiuto di farmi cambiare dal denaro e se mia moglie Ornella non avesse supportato la mia scelta di fare il ciclista, le mie assenze, mi sarei accontentato di una vita più tranquilla. Si guadagna, ma non potrei mai vivere in 20 metri quadrati a Montecarlo o a Lugano. Abbandonare la Sicilia è condannarla”.

Due anni fa confessò che gli mancava una grande vittoria. Oggi quell’obiettivo è alla portata di mano, perché salire sul podio al Giro è come una vittoria, la conferma della tua caratura, del tuo potenziale. Infatti Damiano ne è consapevole. In gruppo lo stimano, lo rispettano. Tutte le squadre lo vorrebbero, ma al servizio del campione. Caruso rifiuta. Aspetta. Vuole essere pure lui, d’ora in avanti, un capitano di ruolo e non di riserva: “Non immaginavo di riuscire ad ottenere un simile risultato anche se pensavo di conquistare una buona posizione in classifica ma non è una sorpresa, non è venuto dal nulla. Al podio di Milano ci credo, so che posso salirci”, al Tour dello scorso anno, in fondo, è stato il migliore degli italiani, come al mondiale di Imola.

Caruso e la maglia rosa possono intessere corsa parallela, un’alleanza utile ad entrambi, Damiano ha un margine di un minuto e 16 secondi sull’inglese Hugh John Carthy, quasi due minuti sul russo Aleksandr Vlasov, il quarto, come su Simon Yates e Giulio Ciccone, mentre sul francese Romain Bardet il vantaggio è assai rassicurante, due minuti e 38”. Diciamo che la sua strategia punterà piuttosto sulla difesa che sull’attacco: “Non regalerò nulla a nessuno. Se poi qualcuno si dimostrerà più forte, sarò il primo a congratularmi con lui”. Beh, la maglia rosa del fair play è sua.

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