Quattro anni fa Caparezza con “Prisoner 709” raccontava di una prigione mentale e dell’evasione, oggi con il nuovo album “Exuvia” il cantautore si immerge in “una foresta con la prigione alle spalle, pronta ad accogliermi”. Diciannove brani che raccontano il cambiamento in atto non solo nella vita artistica dell’artista ma anche personale: “Sto prendendo le mie lezioni di vita perché non voglio essere compatito ma mi sono capitate delle cose pesanti”. La foresta dunque come scoperta e rinascita sin dal titolo del disco. L’exuvia è la muta dell’insetto, ovvero ciò che rimane del suo corpo dopo aver sviluppato un cambiamento. Sono tantissime le citazioni sparse qua e là ma l’incipit parte dalla lettura de “Il viaggio di G. Mastorna”, la sceneggiatura del film che Fellini non ha mai realizzato. Il libro racconta un aldilà in cui “regna disordine e confusione, un limbo caotico senza scampo. Il protagonista, Mastorna, non capisce di essere morto o quantomeno non lo accetta, e questo gli rende insopportabile la nuova condizione di anima”.

È un disco differente dai precedenti, cos’è successo?
Il disco è diverso dagli altri perché io sono diverso. Non avrebbe senso se continuassi a girarmi nella mia comfort zone dalla mia voce nasale al giro di chitarre elettriche. Vivo un periodo della mia vita in cui mi sto prendendo cura di me e lo faccio anche musicalmente.

Cosa rappresenta la foresta per te?
Un luogo in cui perdersi con il mio umore. Rappresenta il risultato di un processo molto lungo ed estenuante.

Considerando la pandemia, “Contronatura” è una fotografia impietosa del momento che stiamo vivendo?
Racconto del paradosso della natura che non si cura delle cose e non ha alcuno scopo se non quello di esistere. Prendersi cura della natura è contro-natura perché vivrà per sempre mentre l’uomo scomparirà. Lo diceva anche Leopardi, la natura se ne frega dell’uomo.

Parli anche di mutazioni in “Prypyat” e del cambiamento del rap nel quale oggi non ti riconosci. Da dove nasce la delusione?
Il rap è diventato l’esaltazione dell’opulenza, la criminalità è diventata un’ambizione social. Sono tutte caratteristiche che io non riconosco. Vengo da un altro momento storico in cui rap era riscatto sociale di chi veniva dal nulla e scatenava un dibattito importante. Il mio rap aveva una radice politica molto forte e marcata dagli Assalti Frontali a Frankie h-nrg mc che era un vero e proprio divulgatore. Tutto questo oggi non esiste più.

Hai partecipato diverse volte al Primo Maggio, che ne pensi di quello che è successo a Fedez?
Ho anche partecipato al Primo Maggio di Taranto che, se vogliamo, è ancora più politico. Ho sentito il discorso di Fedez il giorno dopo perché ne parlavano tutti. Non credo ci siano punti su cui possa obiettare qualcosa. Sono sorpreso abbia suscitato tutto questo clamore e non l’ho sentito dire una cosa ‘da fuori da testa’. Fedez porta molta audience e se ne ha parlato su quel palco non dobbiamo meravigliarci se c’è stata una presa di posizione così netta. Anche io ho avuto problemi politici in passato per alcune mie canzoni, sono finito pure in mezzo alle polemiche di alcuni assessori sulla Gazzetta del Mezzogiorno.

Cosa accadrà dopo le polemiche su Concertone-Rai-Fedez?
Non succederà nulla. Il polverone si placherà e non si parlerà più del contenuto dell’intervento ma solo dell’intervento stesso.

I social possono diventare veicolo di messaggi politici e sociali importanti?
Non credo alla efficacia dell’hashtag o alle foto postate sui social. Non basta stampare su un foglio una frase e pubblicarla con la tua faccia. Sono cose che ho fatto anche io in passato e ora non più. Meglio scendere in piazza come è successo con il movimento dei Bauli In Piazza a manifestare per i diritti dei lavoratori. Sono per la concretezza e per fare le cose sul campo. Mi sono sempre messo a disposizione delle cause. Ad esempio, ho contribuito al Fondo Scena Unita per i lavoratori fragili dello spettacolo.

Cosa non ti piace oggi?
Le mie sicurezze si sono sgretolate con la politica che ormai si fa con i tweet e con la retorica della pancia. C’è un linguaggio basico, terra terra. Non lo giustifico. Tutto questo si riversa sul mio disco dove ho fatto pace con il passato e cerco di capire, nello spaesamento generale, il presente.

Qual è il tuo stato d’animo attuale?
La meraviglia l’ho persa, crescendo per la disillusione. Non ho gli occhi di mio nonno che ha combattuto la Guerra a 19 anni o di mio padre che si è rimboccato le maniche per sostenere la sua famiglia, accantonando il sogno di diventare un cantante. Io il mio sogno l’ho agguantato ma non sono come loro. Bisogna uscire dalla bolla, attraversare il dolore e rendersi conto che le cose si devono affrontare con orgoglio e senza piagnistei.

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