Tre livornesi per Zanetto, opera breve: compositore Pietro Mascagni (1863-1945), librettisti Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci. Tratta da una commedia francese, Le Passant di François Coppée (1869), fu rappresentata la prima volta a Pesaro nel 1896. Una bella lettura musicologica ne ha dato Mirko Schipilliti, Zanetto: Mascagni tra Verismo e Stile liberty (Viterbo, La Caravella, 2015). Due soli personaggi: il menestrello Zanetto, la cortigiana Silvia. L’azione, nei dintorni della Firenze rinascimentale, è una vicenda sentimentale-sessuale inibita. Tutto si gioca fra detto e non detto, malinconia, slancio, palpiti, sospiri.

L’allestimento della Fondazione Arena di Verona, il 9 maggio al Teatro Filarmonico, debutta dal vivo. Finalmente! Il teatro è presenza, è flagranza, vive nello scambio sentimentale e fisico con il pubblico in sala. Una storia vecchia di secoli diventa attuale, sotto i nostri occhi. Il tempo si ferma, tutto cessa. Ogni cosa è dimenticata, conta solo l’attimo della rappresentazione. Tutto questo ci è mancato, enormemente, e ci siamo impoveriti. Ora si ricomincia, come prima, forse ancor meglio di prima.

Dirigerà Valerio Galli, le scene sono di Michele Olcese, i costumi di Silvia Bonetti. Zanetto è il mezzosoprano Asude Karayavuz, Silvia il soprano Donata D’Annunzio Lombardi. Il regista è Alessio Pizzech: livornese anch’egli.

Alessio Pizzech, perché un titolo di nicchia?
Il Teatro Filarmonico, causa Covid, ha scelto opere di due-tre personaggi. Non aveva mai dato Zanetto: ora ne stiamo percependo il grande valore artistico. L’operazione è meritoria: la pandemia impedisce le opere di repertorio? Si aguzza l’ingegno e si scoprono gioielli dimenticati.

Mascagni è marginale nei teatri d’opera.
Da un lato hanno giocato a sfavore le difficoltà tecniche nel mettere in scena alcune opere: vocalità complessa, masse imponenti; dall’altro, l’adesione al partito fascista. Mascagni va valorizzato: ha còlto aspetti delle avanguardie del primo Novecento.

Lo si reputa “provinciale”.
Non lo è. Comprese le suggestioni dell’Espressionismo, e in Zanetto si riferisce al decadentismo francese, al liberty.

Qual è la sua idea di Zanetto?
La leggo a partire da questo mondo francese. È un’opera incentrata sull’onirico. Silvia sogna Zanetto, Zanetto sogna Silvia: emanazioni immaginarie, sono “parti” dello stesso personaggio. Due metà.

LA MAGIA SI STA REALIZZANDO….LAVORO DELLE MENTE E DELL’ANIMA ASSIEME A TANTO SAPERE ARTIGIANALE DANNO VITA E FORMA…

Pubblicato da Alessio Pizzech su Mercoledì 5 maggio 2021

Una lettura poco realistica.
Una lettura in cui un personaggio è l’eco dell’altro. Ciò promana dal libretto, bellissimo. In 50 minuti la parola ‘sogno’ è ripetuta dodici volte!

Nelle note di regìa Lei accenna agli “amplessi” ma nel libretto non ci sono.
In quest’opera il “corpo” è assente, così come in futuro nella Voix humaine di Francis Poulenc. C’è però un “femminile” che palpita, in preda a tensioni erotiche alla Sarah Bernhardt: donne colme di un eros che sul palcoscenico trova esistenza. Silvia dice a sé stessa: non lo fare! ossia: non lo traviare questo ragazzo, non spezzargli l’innocenza.

Ma lo desidera.
Certo, ha voglia di lui, ma sa di offrire una sorta di amore maledetto. Gli amplessi nascono da questo movimento di attrazione e repulsione. Una specie di pompa del sangue.

In Zanetto c’è anche solitudine.
Sono due solitudini che s’incontrano. Zanetto non ne è consapevole: glielo svela Silvia. Lei invece è davvero sola. La sua è la solitudine di fine Ottocento, quando il teatro delle grandi certezze, delle verità collettive finisce, e in scena giunge la solitudine esistenziale.

L’idea dei librettisti si proietta dunque in avanti.
Sì. Zanetto sperimenta tensioni nuove, è un testo coraggioso. È un errore prenderlo come un bozzetto della Firenze rinascimentale.

Lei attinge di più all’idea di François Coppée.
Sì, il riferimento è al liberty, che reinterpreta a modo suo la cultura del rinascimento.

Cosa c’è di liberty nella sua messinscena?
Le forme, il mondo floreale, le nature morte, le Veneri dei giardini, i quadri, le madonne… ma anche la fragilità, quella dei corpi, di Silvia. Liberty è l’idea del femminile che, pur forte, si spezza, ma fra mancamenti e svenimenti va avanti. Un corpo che in qualche modo parla.

A proposito di “femminile”. Il 25 giugno farà a Livorno María de Buenos Aires di Astor Piazzolla.
Sarà in presenza, all’aperto, alla Fortezza Vecchia, luogo magico vicino al porto. María rappresenta addirittura un’intera nazione, una cultura. È un viaggio alla riscoperta della sua vita. C’è sempre lo stato onirico; il testo, ricco di sfumature, sembra un quadro di Dalí: è uno spettacolo altamente simbolico.

E poi a Napoli ci sarà Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf.
Si debutta il 6 luglio a Capodimonte per il Campania Napoli Festival. Collabora Mario Incudine, un musicista che amo molto: attinge dal barocco napoletano come dai Pink Floyd. Un viaggio nel tempo e nello spazio. Il saggio della Woolf è una straordinaria riflessione sull’emancipazione femminile. Interroghiamo Virginia per cercare strade utili al presente.

L’interesse per il femminile proseguirà?
Il “femminile” è un punto nevralgico. Tutto il teatro ne è interessato. Le donne avevano spazio limitato nella vita, il palcoscenico raccontava le loro storie. Ho un progetto sulle Nozze di Figaro: penso alle due impareggiabili creature, Susanna e la Contessa. Le donne trasformeranno il mondo.

Da sole?
(ride) Non da sole, assieme agli uomini, ovvio!

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