Papa Francesco ha emanato la sua legge anti corruzione nella stessa settimana in cui in Italia il ministro per gli Affari regionali Maria Stella Gelmini nominava capo della Segreteria tecnica del ministero Massimo Parisi, condannato in primo grado a cinque anni per bancarotta di una società editoriale e i connessi finanziamenti statali all’editoria. “Confermo la scelta, la sua condanna non è definitiva” ha dichiarato al Fatto la ministra. In realtà è la conferma del livello di totale mancanza di pudore a cui è arrivata una parte notevole del mondo politico italiano. L’Azzeccagarbugli è l’icona simbolica, quando si arriva ad affrontare in Italia la questione della trasparenza, della decenza e del conflitto di interesse.

Il parallelo con la nuova legge vaticana salta agli occhi perché proprio al paragrafo 1 il Pontefice stabilisce che quanti sono inquadrati o da inquadrare ai livelli dirigenziali (compresi i cardinali che guidano dicasteri o enti religiosi) devono rilasciare una dichiarazione attestante non soltanto di non avere riportato condanne definitive per delitti dolosi nello Stato della Città del Vaticano o all’estero, ma anche di “non avere beneficiato in relazione agli stessi di indulto, amnistia, grazia e altri provvedimenti assimilabili o essere stati assolti dagli stessi per prescrizione”.

Per totale chiarezza il provvedimento papale aggiunge che i dirigenti vaticani o i candidati devono dichiarare di “non essere sottoposti a processi penali pendenti ovvero, per quanto noto al dichiarante, a indagini per delitti di partecipazione a un’organizzazione criminale; corruzione; frode; terrorismo o connessi ad attività terroristiche; riciclaggio di proventi di attività criminose; sfruttamento di minori, forme di tratta o di sfruttamento di esseri umani, evasione o elusione fiscale”. Cioè, pesa sulla nomina o la permanenza al posto di guida sia l’esistenza di un processo non ancora conclusosi con la sentenza sia il semplice fatto dell’apertura di una indagine.

Se si portasse in un’aula universitaria il motu proprio papale, intitolato significativamente “Disposizioni sulla trasparenza nella gestione della finanza pubblica”, si misurerebbe immediatamente la differenza tra una maniera rigorosa e trasparente di impostare il governo della cosa pubblica e il cosiddetto “garantismo peloso” che in Italia serve per coprire le peggiori ribalderie. Da notare che all’estero non esistono contorsioni linguistiche del tipo “giustizialismo” o “garantismo”. Esistono le garanzie processuali, e basta. Ed esiste l’applicazione della legge, che gli anglosassoni chiamano “law enforcement”, dare forza alla legge, applicarla. E nulla più.

Il Vaticano non è il regno degli angeli. Proprio per questo al conclave del 2013 la gran parte dei cardinali elettori sottolineò che era ora di finirla in Vaticano con gli affari opachi dello Ior, con gli scandali riportati da Wikileaks, con le storie grandi e piccole di corruzione e di traffici illeciti. L’atteggiamento diffuso di “basta con gli italiani” era attribuibile in larga parte a questo stato di cose.

Jorge Mario Bergoglio ha tenuto ben presente la lezione. Oltre a portare a termine l’operazione pulizia allo Ior e avere inaugurato un rapporto di collaborazione tra Vaticano e Stati esteri per combattere i crimini finanziari, il papa argentino ha intensificato in questo scorcio autunnale di pontificato le riforme per la trasparenza e il corretto uso dei fondi. Sostenuto certamente in quest’opera dall’arrivo del magistrato Giuseppe Pignatone, da lui chiamato a presiedere il tribunale del Vaticano.

Francesco ha varato un codice degli appalti, ha rifondato l’autorità di controllo finanziario, ora Autorità per la Supervisione e Informazione Finanziaria (Asif) per affidarle – oltre al contrasto del riciclaggio di denaro sporco – anche il controllo prudenziale delle operazioni dello Ior. Ha varato una nuova legge sull’ordinamento giudiziario vaticano, rafforzando l’organico, dando un profilo autonomo all’ufficio del Promotore di giustizia (il Pubblico ministero), garantendo autonomia e indipendenza alla magistratura – benché gerarchicamente il romano pontefice resti il capo supremo – e assegnando direttamente ai magistrati la disponibilità della polizia giudiziaria.

Infine, ha rivoluzionato il sistema finanziario della Curia. Tutti i fondi a disposizione delle varie amministrazioni vaticane, compresi quelli riservati della Segreteria di Stato, passano a una centrale unica: l’Apsa, Amministrazione Patrimonio Sede Apostolica. Il controllo del loro uso sarà sottoposto alla Segreteria per l’Economia. L’Apsa sarà dunque l’unica istituzione curiale a gestire e amministrare sia il patrimonio mobiliare che immobiliare della Santa Sede. L’obiettivo di questa centralizzazione, come ha spiegato il presidente dell’Apsa, monsignor Nunzio Galantino (già segretario generale della Cei), è “definire procedure amministrative chiare e controllabili”.

La nuova legge anticorruzione è minuziosa, si direbbe quasi nordica nella precisione. I dirigenti vaticani, sempre cardinali compresi, nella loro dichiarazione dovranno specificare di non detenere, anche per interposta persona, contanti o investimenti o partecipazioni in società e aziende in paesi inclusi nella lista nera dei santuari del riciclaggio. Infine, dovranno assicurare che tutti i beni mobili e immobili di loro proprietà o anche solo detenuti, incluso ogni compenso di qualunque genere percepito, abbiano provenienza da attività lecite. Una proposta di “dichiarazione preventiva” che sarebbe interessante adottare nell’ordinamento giuridico italiano.

In questo quadro potrebbe far sorridere il divieto di Francesco ai cardinali capi dicastero di ricevere regali superiori al valore di euro 40. Basti pensare all’aureola di martire di cui gode nel centrodestra italiano Roberto Formigoni, utilizzatore finale – tra l’altro – di vacanze in cui quaranta euro costituivano solo le spese di bibite e caffè. Intanto, per mettere i puntini sulle “i”, il papa ha deciso addì 30 aprile 2021 che i cardinali, se del caso, saranno processati dal normale tribunale vaticano e non avranno più il privilegio di andare a processo davanti alla Corte di Cassazione dello Stato papale. L’era dei “principi della Chiesa” è finita.

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