La ricerca scientifica avvalora l’idea che la corruzione abbia natura contagiosa. Diversi esperimenti di laboratorio dimostrano che gli individui esposti all’evidenza dell’altrui disonestà tendono quasi istantaneamente a disarmare i propri scrupoli morali, specialmente quando i cattivi esempi provengono dalle “alte sfere” del potere. Questo processo di “corrosione etica” è cumulativo: quelle che inizialmente sono marginali e circoscritte violazioni delle norme sociali di cooperazione, col tempo si stratificano in una dinamica di espansione progressiva. Fino al punto in cui la pratica della corruzione, non trovando barriere nella legge, diventa “legge” essa stessa, non è più rilevata né stigmatizzata, tanto a livello individuale che collettivo.

L’analogia tra i processi diffusivi del malaffare e quelli di un contagio virale dovrebbe far squillare un campanello d’allarme: attenzione alle famigerate varianti. Di certo, una tra le varianti più insidiose nell’ampio spettro di manifestazioni della corruzione all’italiana assume la forma sfuggente dei meccanismi di “porte girevoli” – traduzione nella lingua di Dante di quelle revolving doors che tanto preoccupano i legislatori anglosassoni, e tanto poco appassionano quelli italici. Banalmente, si tratta dei canali di interscambio – bidirezionali, ma più spesso attivi dal pubblico verso il privato – tra ruoli politici e incarichi di gestione aziendale, in grado di determinare una sorta di traslazione nel tempo di situazioni di conflitto di interessi.

Si prenda, a titolo d’esempio, un sottosegretario, un ex-ministro, o peggio ancora un ex-primo ministro, che cessato il mandato politico palesi d’un tratto insospettabili doti manageriali e venga perciò nominato ai vertici di enti privati – imprese, fondazioni, società partecipate – o parastatali coi quali si era precedentemente confrontato in veste politica, oppure si impegni ex-novo in attività professionali, aziendali, d’intermediazione. Nella nuova funzione egli può sfruttare indebitamente informazioni confidenziali o relazioni personali maturate durante il suo mandato politico, magari operando da lobbista sotto mentite spoglie.

Nello scenario peggiore, si potrà persino sospettare – ma sarà pressoché impossibile rilevare tracce – che le decisioni di governo che avevano assicurato sovvenzioni, promosso una regolazione di favore, o assicurato altri tipi di agevolazione agli interlocutori imprenditoriali siano valse soltanto a spianargli la strada verso quelle future attività e incarichi privati, di norma altamente remunerativi. Le prebende ottenute risulterebbero, dunque, assimilabili a una sorta di “tangente differita”, per quanto non configurabili come reato da alcuna fattispecie penale. In altre parole, l’ennesima manifestazione della creatività criminale nell’escogitare “tangenti pulite e fatturate” con tecniche sofisticate, a prova d’indagine giudiziaria.

In assenza di efficaci “anticorpi istituzionali”, le varianti di successo della corruzione, come quella che si fonda sull’utilizzo strumentale di “porte girevoli”, proliferano indisturbate nell’opaca commistione tra affari privati e bene pubblico. Accanto ai costi monetari, esse producono lacerazioni profonde del tessuto democratico, gettando discredito sulle istituzioni e sulla classe politica. Il dossier di recente pubblicazione – Fermiamo le poltrone girevoli – curato da “The good lobby” fissa alcuni punti su un tema colpevolmente trascurato sia dalla classe politica che dall’opinione pubblica. Un disinteresse bipartisan, forse spiegabile scorrendo l’elenco di politici d’alto o altissimo rango che nel corso degli anni attraverso quelle porte sono comodamente transitati per approdare in accoglienti ambienti di lavoro, gratificati da sontuosi stipendi.

Di certo, l’Italia brilla per l’assenza di una regolamentazione efficace in materia. La legge anticorruzione 190 del 2012 ha introdotto vincoli per i soli dipendenti pubblici, soggetti nel triennio successivo al loro incarico al divieto di svolgere attività lavorativa o professionale presso enti privati destinatari delle loro decisioni. La classe politica fuoriesce però dal perimetro di applicazione di quella norma: le scarse e frammentarie disposizioni ad essa applicabili valgono nei confronti di una pattuglia ristretta di soggetti, per un solo anno e in una casistica limitata di situazioni.

Si possono intuire alcune ragioni della vulnerabilità del sistema politico italiano alla “cattiva pratica” delle porte girevoli. Per un verso pesa il radicamento di forme di corruzione sistemica: in molti ambiti di vita politico-amministrativa i “comitati d’affari” dettano legge, simili a “mondi di mezzo” nei quali – a prescindere dalla presenza di attori criminali – soggetti provenienti da sfere diverse incrociano e sigillano le rispettive disponibilità di scambio. Questo limaccioso terreno d’intersezione tra politica, burocrazia, imprese, professioni, genera “zone grigie” e intrecci di relazioni informali, ai confini tra legale e illegale, dove il collante di fiducia – e il potere della reciproca ricattabilità – che salda i destini dei partecipanti alle pratiche di corruzione è così robusto da rendere credibili anche obbligazioni e “crediti” riscuotibili a tempo debito. Lo stesso futuro passaggio da dorate “porte girevoli” diventa merce spendibile in una camera di compensazione tra controprestazioni presenti e future.

Per un altro verso, si conferma la debolezza dei valori interiorizzati e condivisi di etica pubblica, nonché dei meccanismi di controllo e giudizio sociale che dovrebbero tenere salda – e ferma nel corso del tempo – una netta distinzione tra l’esercizio del potere politico e l’influenza delle risorse di mercato. Confini necessari, che nel movimento delle porte girevoli si fanno invece ambigui e instabili.

Vuoti e ambiguità normative sul tema vanno colmate al più presto, alzando nel contempo la soglia di vigilanza collettive. Sappiamo che le varianti virali sono tanto più perniciose quanto più si tarda a rafforzare la risposta immunitaria nella popolazione: lo stesso vale per le “varianti” della corruzione, laddove il presidio da consolidare è tanto istituzionale che morale. Parafrasando il generale prussiano Von Clausewitz, si rischia altrimenti che l’attività politica venga percepita – e praticata – nient’altro che come una prosecuzione degli affari con altri mezzi.

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