di Riccardo Cristiano*

Un’immagine molto usata per spiegare Giulio Andreotti sembra perfetta per capire Erdogan: è l’immagine del doppio forno. Pragmatico come molti politici ritenuti, a torto, ideologici, i due forni di Erdogan sarebbero quello occidentale e quello orientale. Quando all’inizio di questo millennio il leader turco arrivò con veemenza al potere, scelse il forno occidentale: la richiesta di ingresso in Europa era questo.

Sospinto dal crollo dell’impero sovietico, Erdogan cavalcava il consenso della nuova borghesia anatolica che si era arricchita commerciando con i turcofoni usciti dall’impero sovietico ai quali erano vicini in geografia, cultura e lingua. Quella nuova borghesia che mandò i suoi figli a studiare in Europa nel segno di progresso, benessere, cioè Europa. Erdogan interpretò quel desiderio con il suo neo-ottomanesimo: che i sultani abbiano sempre guardato a Occidente e non ad Oriente lo rendeva possibile senza cambiare la scelta di alleanze internazionali della Turchia, che con Ataturk aveva scelto di guardare anch’essa a Occidente. Una scelta non scontata per i nazionalisti, come vedremo.

Erdogan guardò al modello cosmopolita per sciogliere i nodi con l’Europa. Certo, il Sultano era tale, come la sua fede era quella islamica e le minoranze religiose protette nella subalternità. Ma tra i primi passi sultanali dopo la conquista di Costantinopoli ci fu quello di andare alla ricerca del monaco Giorgio Gennadio detto Scolario, figura di primo piano prima della conquista islamica, poi durante la conquista catturato e deportato. Il Sultano lo andò a cercare e, nonostante le sue resistenze, lo nominò patriarca ortodosso.

Con gli armeni invece si decise che, pur avendo il loro patriarcato lontano dalla capitale, a Istanbul avrebbero avuto una sede arcivescovile. Certamente accadde qualcosa di collegabile con gli ebrei espulsi dalla Spagna di Ferdinando e Isabella, seguaci della “purezza del sangue”, nel 1492: nel 1430 a Salonicco si contavano 2500 famiglie ebree; un secolo dopo, nel 1553, un cronista raccontò di ventimila maschi ebrei, probabilmente ben più dei musulmani.

Le tante sinagoghe di Smirne plasmarono la città, la società e l’arte di Salonicco. Fu la Salonicco ottomana e cosmopolita, come fu ottomana e cosmopolita la perla delle riforme ottomane, Beirut, anche lei con la sua torre dell’orologio, ma anche con i primi giornali, le lotte dei portuali che rivendicarono diritti sindacali in quel cruciale scalo del Levante, fino a giungere alla pagina più alta, la prima traduzione in arabo della Bibbia, quella che ha consentito tante liturgie cristiane in arabo.

È interessante quanto scrive il professor Alan Mikhail al riguardo del sultano Bayazid, che ai tempi dell’espulsione degli ebrei dalla Spagna avrebbe detto: “E dite che è un re saggio Ferdinando, che impoverisce il suo paese e arricchisce il nostro!” Al tempo la filosofia di governo nota come il “Cerchio della giustizia” si esprimeva così: “Non c’è potere senza esercito/ non c’è esercito senza denaro/ non c’è denaro senza prosperità/ non c’è prosperità senza giustizia e buona amministrazione”. Forse è per questo che Erdogan, indifferente alla storia dei nemici degli ottomani, i nazionalisti turchi, nel 2005 cercò una possibile via d’uscita dal ginepraio tutto turco del genocidio armeno, proponendo che studiosi turchi, armeni e internazionali avessero accesso a tutti gli archivi, per appurare la verità.

L’Armenia obiettò che sarebbe stato meglio cominciare dallo stabilire relazioni bilaterali. Ma questo per Erdogan il pragmatico sarebbe potuto venire dopo quel che gli interessava, non prima. E quel che gli interessava non arrivò. Così ora, lui, a parole neo-ottomano, si trova a essere un ultra-nazionalista, come conferma la sua rabbiosa risposta al riconoscimento (invero tardivo, ma meglio tardi che mai) del genocidio degli armeni da parte statunitense. Quel genocidio fu opera dei liquidatori dell’ottomanesimo, il triunvirato dei pascià.

Se fosse davvero neo-ottomano Erdogan non avrebbe di che irritarsi, come non governerebbe con il sostegno decisivo degli ultra-nazionalisti arcinemici dell’ottomanesimo. Il fatto è che, chiuso il forno occidentale, lui ha scelto il forno orientale: vende a un popolo stremato l’idea dell’impero dal Bosforo alla Cina. Ne ha scritto con visione Vladimir Pachkov su La Civiltà Cattolica: “La Turchia non è attiva solo nella regione geograficamente vicina del Caucaso meridionale e non soltanto con l’aiuto degli azeri – a tale proposito sia i turchi sia gli azeri dicono di essere un unico popolo che vive in due stati diversi – ma anche nell’intera Asia centrale, dall’Iran all’Afghanistan fino alla Russia. Questa regione viene considerata come un tutt’uno, qualcosa di omogeneo, un mondo turco”.

Il panturchismo fece un drammatico capolino dopo la rivoluzione dei Giovani Turchi: “Tale ideologia venne presentata come alternativa all’ottomanesimo”. Ora Erdogan la ripropone. È questo l’ultra-nazionalismo con cui pensa di restare in sella, per questo attacca i curdi in territori che ventila essere “turchi”. Al forno orientale, dove gli imperatori sono stati anche “figli del cielo”, lui parla simbolicamente anche con il suo fiabesco palazzo dalle mille stanze.

*Vaticanista di RESET, rivista per il dialogo

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