A meno di 20 anni Jannick Sinner è già una star. Per fortuna di quelle con la testa sulle spalle e priva degli isterismi cui ci avevano abituati alcuni dei talenti nazionali della racchetta da un trentennio in qua, vedi Canè o Fognini. A Barcellona ha battuto Bautista e poi Rublev, il giocatore che con Tsitsipras più aveva vinto dall’inizio dell’anno. Lo ha fatto con vincenti splendidi ma sbagliando anche molte palle, segno che quando sarà al meglio diverrà difficile, se non impossibile, per chiunque contenerne l’ascesa.

Quello che ancora gli manca per farne un numero uno è la continuità con il servizio, un colpo che in Sinner nella metà dei casi si avvale di una sola palla, la seconda, e soprattutto una maggiore confidenza con la rete e il gioco corto, quel gioco che aveva sofferto nell’incontro perso a Montecarlo con Djokovich e che nella partita con Bautista ha dimostrato di saper praticare. Sol che lo metta nel conto delle scelte possibili in campo. Anche sulle voleè dovrà essere in futuro più intraprendente di quanto non abbia dimostrato finora, se vuole diventare davvero, e ne ha tutte le qualità, un nuovo Djokovich o un nuovo Federer.

Nulla si inventa, certo, e dovrà lavorarci con i suoi coach, ma Sinner ha il braccio e la testa per riuscire. Anche il nome che porta sembra un segno del destino: Jannick, come Jannick Noah, l’ultimo grande tennista francese a vincere uno slam, vincitore di due Roland Garros di fila nel 1983/84.

Ebbene l’unico difetto di questo ragazzo, purtroppo, è l’avere assecondato la bruttissima abitudine di qualche tennista (non Fognini, Sonego o Travaglia però) di prendere residenza a Montecarlo non pagando poi le tasse nel proprio paese, una scelta diventata una prassi poco onorevole anche per giovanissimi come lui o Musetti, e prima ancora Berrettini. Sarebbe bello se al talento sportivo di questi ragazzi si affiancasse una scelta morale limpida, controcorrente, a dispetto degli interessati manager, e di fronte al disastro della pandemia, in un paese che rischia la peggiore crisi economica del dopoguerra, decidessero di pagare le tasse nella terra dove hanno avuto i natali, sono cresciuti, hanno studiato. Come Federer in Svizzera, come Nadal in Spagna.

Se fossero insomma italiani fino in fondo, non solo di fronte agli avversari ma anche di fronte al fisco.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: il tuo contributo è fondamentale

Il tuo sostegno ci aiuta a garantire la nostra indipendenza e ci permette di continuare a produrre un giornalismo online di qualità e aperto a tutti, senza paywall. Il tuo contributo è fondamentale per il nostro futuro.
Diventa anche tu Sostenitore

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

“Soriano mondiale”: lo scrittore argentino e quel libro inedito sulle pagine del Manifesto

next
Articolo Successivo

I lavoratori dello sport non più invisibili, nasce il primo contratto: tutele, contributi e flat tax. Interessa oltre 200mila tra allenatori e atleti

next