Dopo i rappresentanti delle partite Iva, la Federazione italiana pubblici esercizi che ha parlato di “debole stampella” e Confcommercio che ritiene le risorse “insufficienti” e i parametri “troppo selettivi”, anche il settore del turismo e la ristorazione collettiva protestano contro il decreto Sostegni varato venerdì dal governo Draghi. Che ha eliminato il criterio dei codici Ateco, ma offre ristori pari al massimo al 5% del fatturato perso nel 2020 e mediamente inferiori rispetto a quelli ricevuti lo scorso anno, a meno che la perdita non sia stata superiore al 65%. Restano poi esclusi le aziende con ricavi 2019 superiori ai 10 milioni di euro e tutte le attività che, per vari motivi, non hanno subito una flessione del giro d’affari di almeno il 30% nell’anno del Covid rispetto al precedente. Gianmauro Dell’Olio (M5S), capogruppo M5S in Commissione bilancio del Senato, ha annunciato un emendamento “per estendere in varie direzioni i contributi” e proteggere “i cosiddetti ‘esodati’ dei ristori, ovvero quelle attività che erano già state escluse dal treno dei Dl Ristori e rischiano di essere penalizzate anche dal meccanismo previsto dal Dl Sostegni. L’esempio classico è quello di una partita Iva aperta nel 2018, ma che fra una cosa e l’altra ha cominciato a fatturare magari solo a partire dalla seconda metà del 2019”.

Le menseAnir-Confindustria, l’associazione delle imprese di ristorazione collettiva che in molti casi fatturano oltre 10 milioni, martedì ha tenuto una conferenza stampa alla Camera per denunciare “il rischio di dover licenziare 60mila persone per effetto dello smartworking“. Il presidente Massimiliano Fabbro ha detto che “la ristorazione collettiva è l’unico comparto a non avere ricevuto sostegni o ristori, al di là del prestito Sace che comunque dovremo restituire. Abbiamo garantito servizio in tempo di lockdown per ospedali, forze dell’ordine, comparto militare, vigili del fuoco: nessun contagio deriva dalla nostra attività che segue rigidissimi protocolli. Eppure, a fine pandemia ci troveremo con almeno 60mila licenziamenti, riguardanti all’85% personale femminile, perché le scelte del Governo in tema di smartworking nella pubblica amministrazione stravolgeranno per sempre le nostre imprese”. Per Massimo Piacenti, consiglio presidenza Anir, “il comparto ha perso un miliardo da inizio pandemia, e tra le circa mille imprese del settore, solo le prime dieci hanno cumulato una perdita di esercizio di 250 milioni da inizio 2021. Nonostante i grandi fatturati abbiamo basse marginalità“.

Il turismo – Le associazioni del Turismo organizzato dal canto loro hanno espresso insoddisfazione per l’inadeguatezza delle misure previste dal nuovo decreto e chiesto al ministro Garavaglia un intervento urgente per “garantire doverosi e proporzionali sostegni alle imprese che hanno subito più di tutte sia le conseguenze della pandemia sia gli effetti collaterali delle chiusure e delle restrizioni adottate”. Il ministro ha rassicurato sulla velocità dei pagamenti dei contributi approvati e assegnati dal decreto Mibact. In una nota Aidit Federturismo Confindustria, Assoviaggi Confesercenti, Astoi Confindustria Viaggi, Fiavet e Fto-Federazione Turismo Organizzato Confcommercio scrivono che “Garavaglia ha confermato che si sta lavorando su un nuovo decreto ministeriale per utilizzare i residui 230 milioni di euro, non ancora assegnati, al fine di dare una prima e tempestiva risposta al tema della copertura delle perdite subite da agosto 2020 in poi, con criteri più equi, che tengano conto delle imprese turistiche escluse dai ristori, tra cui quelle di nuova apertura, e del mix di fatturato intermediazione/organizzazione”.

L’agricoltura – Secondo il presidente della Copagri Franco Verrascina “saranno pochissime le imprese agricole che potranno beneficiare delle misure di ristoro previste” nonostante sia “stata incrementata la dotazione del Fondo per lo sviluppo e il sostegno delle filiere agricole istituito presso il Mipaaf e si sia intervenuto sui contributi previdenziali per i lavoratori agricoli”. Il provvedimento “prevede parametri di accesso ai ristori che in termini di fatturato risultano essere fortemente penalizzanti per le imprese agricole, il cui lavoro, come noto, segue i cicli biologici della natura; le aziende agricole, infatti, a differenza di quelle di numerosi altri comparti, non hanno la possibilità di chiudere i battenti e devono quindi sostenere sia i costi fissi che quelli variabili, dovendo al contempo fare i conti con le numerose e ataviche problematiche che gravano sul primario, che richiederebbero ben altre risorse rispetto ai circa 450 milioni di euro stanziati con quest’ultimo provvedimento”.

I bus turistici – Nei giorni scorsi aveva protestato anche il comparto dei bus turistici: “I bus privati a noleggio non solo non sono ritenuti parte del settore turismo ma, in ambito Tpl, non sono stati previsti neppure i ristori per i mezzi inutilizzati in caso di chiusura delle scuole”, ha spiegato Riccardo Verona, presidente del Comitato dei bus turistici Italiani. “Constatiamo che gli aiuti vanno sempre ai soliti noti. Non possiamo che prendere atto che sì, sono cambiati i suonatori, ma la musica sia rimasta sempre la stessa. Da un anno siamo fermi. Da un anno chiediamo ristori concreti per un comparto che la pandemia ha bloccato completamente. Da un anno, decreto dopo decreto, ci siamo visti sempre esclusi dal settore turismo. Senza aiuti concreti però, e con i limitati contributi di ristoro che abbiamo ricevuto finora, siamo destinati a sparire”. Per quanto riguarda il contributo a fondo perduto previsto nel decreto, “è solo un pugno di briciole per un settore come il nostro, indennizzi simili equivalgono a versare una goccia in mezzo al mare”. Il comparto dei bus turistici conta 6mila imprese, 25mila lavoratori e circa 25mila mezzi e, limitatamente alla sezione noleggio, un fatturato annuo di oltre 2,5 miliardi: da inizio pandemia ha perso l’80%, secondo il comitato.

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