Ora più che mai, con le treccine alla Greta nei meme irridenti del web su Beppe Thunberg, si può dire anche della parabola di Beppe Sala il classico adagio: tutti i nodi vengono al pettine. Dopo l’adesione ufficiale ai Verdi, il sindaco di Milano deve pagare il primo biglietto d’ingresso con un mezzo altolà al nuovo stadio dell’Inter, con la più che legittima motivazione dell’incertezza sulla proprietà della squadra. La battaglia di Europa Verde contro i nuovi stadi e la distruzione della storica arena del Meazza è arrivata fino alle aule di tribunale e a un appello al presidente Mattarella: Beppe-slalom non poteva far finta di niente. Ed è solo il primo dei vari snodi chiave a cui è atteso un leader fino ad oggi non proprio ambientalista.

Eppure, par di capire che Sala sia arrivato all’annuncio della svolta d’inizio marzo tempestivamente, non solo per via del caos autodistruttivo del Pd di fine epoca Zingaretti e mentre i 5Stelle si stanno riorganizzando come blocco moderato ecologista-europeista guidato da Conte. Il Sindaco aveva anche già messo in sicurezza gli ultimi grandi progetti Sala-old-style: la cementificazione degli Scali, di Città Studi e dell’area Expo, nonché delle Olimpiadi del ’26. E si era pur timidamente impegnato in direzione opposta, con le piste ciclabili, le riqualificazioni pedonali di piazze e di strade, la riconversione dei mezzi pubblici e l’auto-intestazione a Milano di quella Transizione ecologica che è diventata il cardine cult del nuovo governo nazionale di Draghi-Cingolani-Colao-Giovannini&Co.

Ma pur rapidissimo e sconcertante, il percorso politico di Sala non va sottovalutato. Anzi. Prima di tutto perché si tratta di un riallineamento mirato, che tra le parabole rosso-verde del Pd e giallo-verde 5S, sceglie decisamente la concretezza post-industrialista del Green&Blu, stile ‘Stampubblica’-eredi Agnelli, che guarda anche a quel che accade a Parigi piuttosto che ai Verdi tedeschi, così moderati e di governo (sono al potere da un decennio nel ricco Land storico dell’automobile e della Mercedes, il Baden-Württemberg), al punto da poter ambire a ereditare quote d’elettorato persino della Merkel. Si parla già di un futuro governo semaforo al Bundestag, già quest’autunno, con quel che resta dei socialdemocratici (rosso), i verdi e i liberali (giallo). Il nuovo trittico di colori politici dominanti si traduce perfettamente in chiave italiana, e Sala ha puntato sulla prima luce in basso.

La verità è che la Transizione Ecologica è un grande business che si è appena aperto, con fondi smisurati messi a disposizione dai governi occidentali, dalla Ue a Biden, nel mondo post-covidico. E la Milano che conta ha bisogno di questi ‘verdoni’ (mai significato sostantivo all’americana fu più appropriato) perché è una città in pieno declino, controllata da un’élite bene abbarbicata nelle istituzioni, grazie al peso di un potere economico-bancario la cui presa formidabile passa pure per la cara vecchia ‘egemonia culturale’. Esercitata millimetricamente, dai giornaloni al web, grazie a intellettuali da industria culturale 2.0 che non perdono tempo a stare ‘attaccati al popolo come la camicia al culo’, secondo l’indicazione originale di Gramsci, ma si sforzano solo di compiacere la solita vecchia borghesia.

Gli ambientalisti decisamente più sensibili, quelli che possiamo collocare tra la declinazione propria del Green e il cosiddetto Dark Green, più vicini al movimento Fridays for Future, in Germania hanno deciso di scartare fuori da questa tendenza neo-centrista e si stanno organizzando come minoranza anche elettoralmente (le cosiddette Klimat-liste).

E’ evidente che anche a Milano i verdi di lotta, genere XR-Extinction Rebellion, difficilmente potranno accettare di confluire entusiasticamente sulla riconferma di Sala, e di ritrovarsi nelle liste di governo insieme ai vecchi borghesi Ztl e ai Ferragnez, per il sindaco della Milano che fu da bere-bis, sotto a un’insegna verde tenue, genere logo di Banca Intesa. Ma toccherà rassegnarsi.

Quel che resta della sinistra radical-chic, tra l’altro, potrebbe spingere i verdi-verdi a dar vita a una sorta di lista ‘Milano Coraggiosa’, con cui ripetere un’operazione all’emiliana, meglio che niente, ovvero usare il potenziale elettorale analogamente a come la compagine di ‘Emilia-Romagna coraggiosa’ ha portato Elly Schlein a diventare vice di Stefano Bonaccini. Certo, la prima differenza, per ora, è l’assenza di un pericolo Salvini all’orizzonte a Milano, con una mobilitazione generale a contrasto genere Sardine. La partita è appena cominciata, vedremo.

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