Il presidente della Tanzania John Magufuli, 61 anni, è morto ieri in serata. La notizia è stata confermata dalla vicepresidente Samia Suluhu Hassan, che in base alla costituzione assume ora la guida del paese, divenendo la prima presidente donna delle Tanzania.
“Abbiamo perso il nostro coraggioso leader, il presidente John Magufuli, che è morto alle 18 per una malattia cardiaca“, ha affermato Suluhu Hassan alla tv nazionale, annunciando un lutto nazionale di quattordici giorni. Secondo le notizie ufficiali, Magufuli è deceduto in un ospedale statale a Dar es Salaam. A causa di problemi cardiaci di cui soffriva da dieci anni. Tuttavia dalla fine di febbraio, dopo la sua scomparsa improvvisa dalla scena pubblica, circolavano molte voci sul suo stato di salute e in particolare sull’ipotesi che avesse contratto il coronavirus.

Il leader dell’opposizione Tundu Lissu, in esilio in Belgio, l’aveva affermato pubblicamente una settimana fa, sostenendo che avesse contratto una grave forma di covid-19. L’accademico britannico Nic Cheeseman, fondatore del sito Democracy in Africa, citato da Jeune Afrique, sosteneva che due diverse fonti gli confermavano che John Magufuli fosse “gravemente malato” e ricoverato a Nairobi. E il 10 marzo la stampa keniota indicava che il presidente fosse stato evacuato in India. Sempre secondo Jeune Afrique, il 4 marzo Magufuli non aveva potuto incontrare l’ex presidente congolese Joseph Kabila, giunto in Tanzania, perché era in isolamento.
Le voci erano così insistenti che il primo ministro venerdì scorso era intervenuto affermando che Magufuli “è nel paese e lavora sodo nel suo ufficio”. Ma già lunedì la vicepresidente lo smentiva, intervenendo per chiedere di ignorare le voci, ma ammettendo che il presidente fosse davvero malato.

Eletto la prima volta nel 2015, John Magufuli, soprannominato “Tingatinga” (“bulldozer”), era stato riconfermato lo scorso ottobre, in elezioni sulla cui correttezza erano stati avanzate numerose denunce di brogli. Dopo un esordio molto promettente, in cui Magufuli si era presentato come paladino della lotta alla corruzione e allo sfruttamento, dando voce a quel nazionalismo africano che rivendica con orgoglio una reale indipendenza dai poteri occidentali ed essendo per questo molto amato dai suoi cittadini. Il suo potere aveva però col tempo subìto un’involuzione che tendeva a soffocare dissenso e libera stampa.

Nell’ultimo anno si era poi distinto per le sue posizioni negazioniste sul covid, ritenuto non pericoloso: sosteneva che la Tanzania fosse stata da mesi “liberata” dal virus grazie alle preghiere. Nella primavera del 2020 sono stati espulsi i rappresentanti dell’Oms. La Tanzania è uno dei pochi paesi africani a non aver aderito al programma Covax dell’Organizzazione mondiale della sanità per la distribuzione di vaccini ai paesi in via di sviluppo; non ha messo in atto misure di contenimento o quarantena, restando accessibile al turismo, mantenendo aperti mercati e ristoranti e senza incentivare l’uso delle mascherine. Scelte che hanno sì salvaguardato l’economia, ma a prezzo di un numero imprecisato di morti: da fine aprile 2020, la Tanzania ha smesso di pubblicare i dati su contagi e morti. Un anno dopo, mentre il Kenya registra 106mila contagi e 18mila decessi, la Tanzania ne conta rispettivamente 509 e 21.

Nei mesi scorsi sono morti, ufficialmente per “malattie respiratorie”, tre deputati, alcuni ex ministri e il vicepresidente di Zanzibar. Ma secondo Magufuli, ad eccezione di pochi rari casi di persone contagiate durante i viaggi all’estero, “non c’è Covid in Tanzania”.

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