Il dibattito sul consumo di carne in Italia non può e non deve ridursi alla scelta tra essere onnivori o vegetariani (o, ancora, vegani). Troppo facile, se si decide di continuare mangiarla, tirarsene fuori. Perché per contribuire a ridurre gli impatti dei consumi e i relativi costi stimati nella recente ricerca che Lav ha affidato a Demetra (rivedi la diretta in cui ne parliamo), molto può fare proprio quel 90% di popolazione italiana che ne mangia.

E per la stessa ragione si tratta di un dibattito che non deve esaurirsi con le parole del neo ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani (e le conseguenti reazioni). Sarebbe un errore spegnere i fari proprio ora che si avvicinano date importanti, quelle in cui si parlerà di risorse (ogni riferimento alla Pac non è affatto casuale) e nuovi accordi da ratificare, che avranno conseguenze economiche, sociali, ambientali su diversi Paesi, compreso il nostro. Ma deve essere un dibattito serio, ampio. Dietro la parola carne ci sono diverse questioni, che viaggiano spesso su binari paralleli e riguardano non solo ciò che accade nei confini nazionali.

Certo, c’è la questione etica. Che resta. Perché si può decidere di mangiare carne, ma bisogna essere consapevoli che il proprio regime alimentare ha conseguenze devastanti su altri esseri viventi. La cosa può lasciare indifferenti oppure portare a vivere un vero e proprio conflitto interiore. Detto ciò, bisognerebbe comunque evitare di mangiare carne come se non vi fosse un domani. Non lo dice solo il ministro Roberto Cingolani. Negli ultimi decenni si fa prima a elencare i nomi di chi non l’ha detto. Ovviamente questi “inviti” alla moderazione che arrivano dalla comunità scientifica, sono spinti soprattutto da altre ragioni. Se per qualcuno, infatti, è più facile che per altri mettere da parte la questione etica, non può esserlo (non più) fare lo stesso per le questioni connesse all’ambiente, alla salute e anche all’economia. Se non altro perché questi sono aspetti che toccano anche la nostra sfera personale. Insomma, i nostri interessi.

Per quel che riguarda l’Italia, oltre a ridurre il consumo di carne, un altro modo per limitare i danni, sotto tutti i profili (compreso quello etico) credo sia quello di scegliere bene la carne che si mangia. La qualità costa troppo? Se se ne mangia meno, non è poi così tanto. Ma questo cambiamento credo che debba essere accompagnato da interventi che vadano in tre direzioni: sovvenzioni per chi alleva con metodi più rispettosi dell’ambiente, degli animali e della salute umana, una rete di controlli che garantisca che in questi allevamenti le regole siano rispettate alla lettera e, infine, un sistema che non spiani la strada alla concorrenza sleale di chi alleva con metodi convenzionali, magari autocertificandosi “benessere animale”. Se va tutelato un settore, anche dal punto di vista occupazionale, è da qui che bisogna partire.

E supponendo che in Italia vada tutto bene (ma siamo ben lontani da questo traguardo), oggi è impossibile non fare i conti con ciò che arriva dall’estero. Animali vivi, carne e mangime. Sono le regole del mercato globale. Ogni volta che mangiamo un etto di carne, dovremmo averlo bene a mente perché allevamenti di bovini e soia sono le prime cause di deforestazione illegale dall’altra parte del mondo. Il Brasile è il maggiore esportatore di carne di bovino sul pianeta e ogni anno, secondo i dati Eurostat, l’Italia ne importa circa 27mila tonnellate (la quota maggiore in Europa) destinata direttamente e indirettamente all’industria di trasformazione, ma anche a ristoranti, mense e hotel. Ecco perché ci riguarda da vicino il modo in cui si allevano animali o si coltivano vegetali in Brasile dove, però, il sistema di tracciamento fa acqua da tutte le parti.

Come raccontato da un’inchiesta del programma Presa Diretta, il resto lo fa l’industria della trasformazione. Perché ci vogliono aggiunte anche minime, per esempio di erbe e spezie, perché un pezzo di carne diventi un preparato, per cui non c’è alcun obbligo di specificare l’origine in etichetta. Alla fine il consumatore italiano non sa da dove arriva la carne che mangia, né tantomeno che dietro ci siano le terre sottratte all’Amazzonia. Per non parlare della qualità: costando meno, questa carne garantisce maggiori profitti rispetto a quella prodotta in Italia a cui fa concorrenza.

Nella recente indagine “Foreste al macello III”, Greenpeace ha identificato 15 aziende agricole legate agli incendi che lo scorso anno hanno devastato il Pantanal, la zona umida più grande del mondo, a reati ambientali e a irregolarità nella registrazione della proprietà della terra, collegate direttamente o indirettamente a stabilimenti di proprietà delle principali aziende brasiliane di lavorazione della carne, Jbs, Marfrig e Minerva. Mentre il Pantanal bruciava, tra luglio e ottobre 2020, da dodici di questi stabilimenti “sono state spedite in Italia 2.980 tonnellate di carne e prodotti a base di carne (il 17% del totale da gennaio 2019), che sono finiti in ristoranti, mense, hotel e catering del nostro Paese”. La situazione rischia di peggiorare con l’accordo di libero scambio Ue-Mercosur (il gruppo di Paesi composto da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, riuniti nel mercato comune dell’America meridionale) che, ancora in fase di negoziato, prevede l’abbattimento di dazi e che rischia di incrementare le importazioni di carne dal Brasile, con una pressione sempre maggiore sull’Amazzonia.

Ma dal Brasile (e non solo) arriva anche la soia destinata a diventare mangime. Secondo uno studio del Wwf, dal 1950 ad oggi, nel mondo la produzione di soia è cresciuta di 15 volte proprio a causa dell’aumento del consumo di carni e derivati animali: il 97% delle farine di soia finisce nei mangimi animali. Secondo i dati Eurostat, ogni anno l’Ue importa circa 20 milioni di tonnellate di soia sotto forma di semi e farine e il 95% del fabbisogno arriva dal Brasile, che ne è il maggiore produttore al mondo. L’Italia è terza importatrice dell’Unione. Di fatto la coltivazione di soia è la seconda causa di deforestazione, direttamente o indirettamente (ossia sottraendo terra non alla foresta, ma ai pascoli per i bovini che, a loro volta, trovano però spazio deforestando nuove aree).

Anche in questo caso il problema non è solo l’Amazzonia (casomai non bastasse), perché se in Ue non vi sono coltivazioni Ogm ed è obbligatoria l’etichettatura dei prodotti Ogm importati, non c’è alcuna normativa che imponga di indicare l’alimentazione degli animali allevati. E, oltre a quella degli animali da cui deriva la carne che importiamo, deve importarci anche con cosa vengano nutriti quelli allevati in Italia, dato che dei 20 milioni di tonnellate di soia che entrano in Europa, destinati a diventare mangime, l’80% è Ogm. Qualcuno dirà che questo non rappresenta un pericolo per la salute, ma dato che questa è la soia che mangiano gli animali da cui otteniamo la carne, il latte, i formaggi e le uova che mangiamo, io vorrei saperlo lo stesso.

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