Un anno fa pensavo che dopo un anno avrei guardato questa pandemia con occhi diversi. Che avremmo dovuto pazientare solo un anno e poi tutto sarebbe davvero andato bene. Che sarebbe bastato un anno per scrollarci di dosso la tristezza e quella sensazione di smarrimento. Che un anno sarebbe stato più che sufficiente per curare questo mondo malato. Che dopo un anno non avremmo più sentito la parola lockdown, se non riferita ad un racconto vecchio di un anno. Che in un anno saremmo stati in grado di riprendere a vivere le nostre vite, distratte e ordinarie e che, in fondo, questa sofferenza condivisa ci avrebbe reso persone migliori. Che dopo un anno saremmo tornati a guardare un film al cinema, uno spettacolo a teatro e che saremmo andati a quel concerto prenotato un anno prima. Che sarebbe bastato un anno per lenire il dolore di tante morti, per metabolizzare il terrore provato, per superare tutto. In fondo, “le pandemie ci sono sempre state, tutto passa” e nel frattempo una società frana sotto il peso delle chiusure forzate, degli ospedali pieni di malati, delle scuole che non sono più scuole, delle attività che muoiono, del virus che muta.

Un anno fa tutto questo sembrava solo parte di un incubo che in un anno sarebbe passato. E invece eccoci qua. Rewind, riavvolgi il nastro e torna l’incertezza e lo sconforto.

I bambini hanno imparato a portare la mascherina e a disinfettarsi le mani di continuo, ma hanno disimparato a stare in compagnia, a condividere, a fare ricreazione tutti insieme e a tremare per l’interrogazione davanti alla lavagna. Noi adulti siamo stati pazienti, ligi, impauriti, speranzosi, poi indisciplinati, poi no-mask, no-vax, negazionisti e vergognosamente egoisti.

Poi abbiamo imparato a fare il pane a casa, a cantare sui balconi, a lavorare in smart working e ci siamo abituati a parlare di Covid ogni singolo minuto della giornata.

Un anno fa non avremmo mai pensato di dover convivere con tutto questo. Ma piano piano, col passare dei giorni, delle settimane, dei mesi, abbiamo capito che un anno non sarebbe bastato. Abbiamo interiorizzato questa pandemia, abbiamo smesso di considerare tutto questo semplicemente surreale e abbiamo cominciato a considerarlo molto più reale di ciò che avevamo prima. Perché c’era un prima, ma il problema è che per ora non c’è un dopo, semmai un durante. Infinito e sfiancante.

Dopo un anno siamo ancora fermi sui nostri divani, davanti ai nostri computer accesi sul mondo, connessi a tutto e a niente, soli coi nostri demoni. Abbiamo imparato a non sperare troppo, a non sognare troppo, a non fidarci troppo, a non crederci troppo per il timore di essere delusi. Abbiamo imparato ad accettare questo virus, a considerarlo parte della nostra nuova normalità, seppur stanchi ed esasperati.

Così abbiamo ceduto agli assembramenti nel weekend e agli aperitivi alle quattro del pomeriggio, alle festicciole in casa di amici e alle file davanti Primark. Abbiamo superato la rabbia e la speranza con l’apatia e la rassegnazione. Abbiamo cominciato a pensare che “tanto prima o poi tocca a tutti”. Dopo un anno c’è il vaccino, ma non basta ad evitare un’altra chiusura. È l’unica arma, ma non basta per vincere la guerra. Almeno non per ora. Forse tra un anno.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: il tuo contributo è fondamentale

Il tuo sostegno ci aiuta a garantire la nostra indipendenza e ci permette di continuare a produrre un giornalismo online di qualità e aperto a tutti, senza paywall. Il tuo contributo è fondamentale per il nostro futuro.
Diventa anche tu Sostenitore

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Pasqua, la Via crucis di monsignor Ganswein che rimette Gesù al centro

next
Articolo Successivo

700mila api uccise e anni di lavoro in fumo: GoFundMe è con Michele dopo le intimidazioni

next