L’annullamento delle condanne a carico dell’ex presidente della Repubblica del Brasile Luiz Inacio “Lula” da Silva da parte della Corte suprema rimuovono i limiti rispetto a una candidatura del leader del Partito dei Lavoratori (Pt) alle prossime elezioni presidenziali, previste per ottobre 2022. La notizia giunta a sorpresa è destinata a stravolgere lo scenario politico brasiliano già caotico a causa della discutibile gestione della pandemia di Covid-19 e del relativo piano di immunizzazione da parte del governo di Jair Bolsonaro. Appena poche ore prima che la decisione del giudice Edson Fachin fosse divulgata, un sondaggio dall’istituto Intelligence ricerca e consulenza (ex Ibope), mostrava infatti un vantaggio di 12 punti percentuali di Lula, ancora molto amato dalle fasce più deboli della popolazione, sul presidente in carica in caso di scontro diretto alle elezioni presidenziali. E adesso la possibilità di tornare a candidarsi porta le lancette indietro di alcuni anni, quando cioè, nel 2018, Lula fu estromesso dalla campagna elettorale in cui pure era considerato in vantaggio contro Bolsonaro a causa proprio delle condanne annullate ieri.

Lo scenario sociale, politico, economico e giudiziario è completamente diverso. Il giudice Fachin ha annullato le condanne relative alle inchieste dell’operazione anti-corruzione Lava Jato, per incompetenza territoriale e materiale del giudice federale del Paraná, Sergio Moro, che si era espresso sul caso. Al pool Lava Jato di Curitiba era infatti permesso di giudicare relativamente solo ai casi di corruzione legati al filone principale del giro di mazzette che coinvolgeva i vertici della compagnia petrolifera statale nazionale Petrobras. Non Lula quindi. La decisione di Fachin, ristabilisce un concetto fondamentale del diritto e dà ragione dopo 4 anni alla difesa di Lula che, sin dall’avvio delle indagini chiedeva un trasferimento del processo. Con l’annullamento ora il processo dovrebbe essere nuovamente istituito e ricominciare delle indagini preliminari a Brasilia. Tuttavia prima di una condanna dovrebbe intervenire la prescrizione.

L’ipotesi di un nuovo processo – Soprattutto in un nuovo processo mancherebbero le prove per condannare di nuovo Lula per corruzione. Le condanne per Lula erano già destinate all’annullamento. La decisione della Corte suprema arriva infatti in mezzo a una bufera causata dalla diffusione di messaggi scambiati tra i procuratori di Curitiba, tra cui l’accusatore di Lula Deltan Dallagnol, il giudice Moro che aveva condannato Lula e altri magistrati più o meno coinvolti nei processi da cui è emerso che l’ex presidente Lula è stato condannato con prove e accuse completamente false, costruite ad arte in combutta tra procura e giudice giudicante. L’obiettivo del piano criminale denunciato lo scorso anno in un’inchiesta giornalistica del giornale “The Intercept” era quello di evitare la candidatura e la vittoria di Lula da Silva, e favorire l’elezione del suo sfidante, Jair Bolsonaro. La tesi del giornale era stata poi confermata dall’acquisizione legale dei messaggi da parte della Corte suprema che ha avviato a sua volta un’inchiesta su richiesta della difesa di Lula per provare che il giudice Moro e il procuratore Dallagnol abbiano architettato il complotto.

Sfuma le teorie ‘antipetiste’ – Questa circostanza cambia radicalmente lo scenario rispetto al 2018. Mentre all’epoca molti cittadini erano stati portati a credere in una possibile colpevolezza di Lula per corruzione ora le indagini della Corte suprema ne provano il contrario. Provano inoltre l’esistenza di un piano portato avanti di pezzi del settore giudiziario, politico, imprenditoriale del paese di eliminare Lula dalla competizione elettorale. Elemento destinato a rafforzare certamente la posizione di Lula che, dopo l’odissea giudiziaria e 580 giorni di carcere potrebbe mostrarsi come un martire agli occhi dell’elettorato. L’accanimento dei giudici della Lava Jato contro il Partito dei lavoratori, favorito dal sostegno complice della stampa nazionale impegnata in una campagna contro i governi di Lula e Dilma Rousseff, aveva visto nascere il così detto sentimento ‘antipetista’. Ora le basi di questa teoria vengono meno. Anzi, mostrano il partito di Lula come la vittima di una campagna illegale.

La parabola di Bolsonaro – Altro elemento innovativo rispetto al 2018 è credibilità politica di Jair Bolsonaro. Mentre nel 2018 Bolsonaro si presentava come alternativa anti-sistema, il nuovo rispetto alla vecchia politica in grado di allontanare il governo dai meccanismi del compromesso parlamentare per favorire un governo di tecnici, dopo due anni ha mostrato esattamente il contrario. L’accordo siglato a gennaio con i partiti di centro dopo l’elezione dei presidenti di Camera e Senato, lo scambio di favori e l’allargamento a esponenti centristi nel governo e sottogoverno ne sono la prova. Inoltre negli ultimi mesi è emersa una incapacità di fondo del governo nella gestione della politica economica. Di certo l’elemento più dannoso per Bolsonaro è tuttavia la gestione della pandemia che sta attirando pesanti critiche sul governo, accusato a livello domestico e internazionale di essere riduzionista, negligente e non intenzionato a difendere la vita adottando misure di contenimento del virus.

Previsioni di campagna elettorale – Lo scenario politico-elettorale caotico dipende di fatto solo da Lula che dovrà decidere se candidarsi o se guidare la transizione politica nel suo partito e della sinistra puntando a un successore. A caldo, dopo l’annullamento delle sentenze, Lula ha preferito lasciare tutte le opzioni sul tavolo, sottolineando di voler puntare all’unione delle forze di centro sinistra su un unico nome. “In questo momento la mia testa non ha tempo per pensare a una candidatura”, ha dichiarato il 10 marzo. La campagna elettorale è destinata a essere dura, violenta e fortemente polarizzata. Facilmente prevedibile è una radicalizzazione di Bolsonaro, con l’obiettivo di aggrapparsi alla linea più intransigente delle sue controverse e reazionarie politiche, in grado di mantenere stretto a sé lo zoccolo duro del suo elettorato. Per il quotidiano “Folha de San Paolo” questo rappresenta una preoccupazione per i mercati, inquieti per un eventuale spinta populista in grado di favorire un’agenda più elastica in tema di spesa pubblica per cercare di ottenere i favori della popolazione più povera, pesantemente colpita dalla pandemia. Il tutto a discapito di un’agenda liberale che sempre più sotto i colpi della pandemia e della difficoltà di gestione, rischia di non decollare mai.

Il ruolo dei militari – Tuttavia c’è da attendersi che tra Lula e Bolsonaro compaiano altre alternative. In questo contesto a garantire l’agenda liberale sarebbe il governatore dello stato di San Paolo, Joao Doria, che già da mesi lavora per scalzare Bolsonaro dal cuore dei mercati e delle imprese. Artefice dell’avvio della campagna vaccinale, Doria ha sin dal principio sostenuto che solo il vaccino sarebbe stato in grado di garantire la ripresa delle attivitàeconomiche. Ora che la sua previsione si mostra come una solida realtà in molti paesi, potrebbe portargli ulteriori vantaggi. Cruciale per gli equilibri politici elettorali sarà l’appoggio del partito occulto delle Forze armate. Mai così dominatori dello scenario politico dopo la dittatura, i militari potrebbero decidere di puntare di nuovo sul cavallo vincente pure di mantenere il proprio potere. E non è certo che questo sia Bolsonaro.

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