Con le dimissioni di Nicola Zingaretti dalla carica di Segretario (e con la cooptazione di Conte nella ristrutturazione del M5S) il Pd ha subito un notevole calo nei sondaggi, dal già scarso 20% precedente: molti elettori sembrano spostarsi dal Pd al M5S. E’ chiaro che. dopo l’effimero successo di Matteo Renzi, il Pd ha perso credibilità e slancio e, come ha notato Paolo Ercolani in un post apparso recentemente su questo giornale, si dibatte nell’evidente incapacità di formulare una proposta politica plausibile.

Per riprendere il punto di Ercolani e, possibilmente, fare un passo avanti diciamo che certamente il disastro attuale del Pd, fu Pds, fu Pci, risale almeno al crollo del modello sovietico, nel 1989. Quel crollo sanciva l’abbandono (peraltro iniziato da tempo) di una ideologia che riteneva plausibile e desiderabile il trasferimento integrale dell’industria e degli altri mezzi di produzione nelle mani dello stato. Anche il concetto stesso della classe sociale e della lotta di classe risultava superato.

Le conseguenze di questi epocali sconvolgimenti dell’ideologia marxista furono evidentemente comprese appieno da pochi nell’allora Pci e rielaborate da nessuno. In fondo si continuava ad assumere che le basi ideologiche potessero essere mantenute nel mutato quadro di riferimento con minimi aggiustamenti. Invece sarebbe stata necessaria una gigantesca operazione di riposizionamento e rielaborazione per poter offrire una proposta politica minimamente coerente.

E’ infatti chiarissimo che rinunciare programmaticamente ad un modello nel quale i principali mezzi di produzione sono posseduti dalla Stato implica rivalutare estesamente il rapporto tra i lavoratori e il capitale: l’industriale diventa un partner irrinunciabile del progetto politico, anziché un avversario da abbattere, e le categorie sociali devono trovare un accordo negoziale ben diverso dalla lotta di classe. Se nel modello sovietico lo stato trae le sue risorse, necessarie per pagare il costo dei servizi, dal possesso degli strumenti di produzione, nel nuovo modello il possesso degli strumenti di produzione e i relativi proventi appartengono all’imprenditore e lo stato deve trarre le sue risorse da una imposizione diretta fortemente progressiva. Quando Padoa Schioppa diceva che le tasse sono bellissime faceva una affermazione perfettamente coerente con la logica che avrebbe dovuto essere della nuova sinistra.

La maggioranza dei votanti ha un reddito Irpef uguale o inferiore al valore medio, che in Italia è piuttosto basso. E’ ovvio che tutti i partiti devono attrarre con la loro propaganda le categorie meno abbienti: nessun partito può palesemente rivolgersi ai “ricchi” perché questo lo attesterebbe sullo zero percento. Chi si lamenta del fatto che “i partiti sono tutti uguali” è un ingenuo. L’elettore minimamente smaliziato sa benissimo che la reale categoria sociale di riferimento di un partito va riconosciuta nel suo programma fiscale: chi pagherà i costi dello stato.

I partiti che propongono la flat tax favoriscono le categorie più abbienti a discapito di quelle più indigenti. Era invece di sinistra la recente proposta del gruppo Pd alla Camera di una aliquota di solidarietà per i redditi annui superiori a 80.000 euro, respinta tra gli altri da M5S e Italia Viva. Purtroppo in Italia la fiscalità è un argomento che porta sfortuna: nessun elettore ne vuole sentire parlare, a meno che non si tratti di tasse patrimoniali, che pagherà qualcun altro (salvo naturalmente le più feroci arrabbiature quando ci si accorge che alla fin fine un piccolo patrimonio tassabile lo possiedono in moltissimi).

L’altro cardine di un progetto politico di sinistra è la definizione chiara dei rapporti sociali, i diritti e i doveri dell’imprenditore e del lavoratore: il contrario della “libertà di impresa” sognata da Berlusconi.

Se al Pd va rimproverata l’incapacità ideologica e progettuale, bisogna anche riconoscere che c’è una ingenuità di fondo in una parte dell’elettorato di sinistra che vorrebbe una politica sovietica e punitiva nei confronti dei “ricchi”: industria, banche, etc. con conseguente redistribuzione delle risorse, senza però sottostare alle rigidità oppressive necessarie per realizzare questo tipo di modello, dichiaratamente fallimentare, e anzi mantenendo per se stessi la possibilità di diventare ricchi senza essere a propria volta puniti.

Cosa dovrebbe fare ora il Pd? Elaborare una proposta politica moderna e coerente e spiegarla agli elettori, smascherando al tempo stesso le semplificazioni demagogiche che inevitabilmente portano successi di breve durata.

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