Si potrebbero impiegare pagine su pagine per ricostruire la crisi irreversibile che ha investito la sinistra italiana (e non solo) a partire dal 1989. L’anno in cui il mondo festeggiò la caduta del muro di Berlino, ignaro del fatto che proprio lì aveva inizio il macello sociale oggi sotto gli occhi di tutti. Sì, perché al contrario di quello che vollero farci credere, nel 1989 non crollò il comunismo, in realtà già bollito e irrilevante da tempo. Bensì si sfaldò quella forma di governo misto, di “matrimonio di convenienza” fra il socialismo democratico e il capitalismo, come lo definì lo storico Eric Hobsbawm, matrimonio che aveva condotto le democrazie occidentali a forme di benessere e di uguaglianza sociale mai raggiunte nella Storia.

La sinistra aveva dato il suo contributo a quello scenario fondato su welfare state e giustizia sociale diffusi, ma dopo il 1989, con il tracollo dello scenario stesso, si scoprì priva di idee, incapace di una lettura profonda della realtà economica e sociale, come anche di un progetto per affrontare il mondo “terribilmente mutato”, secondo una celebre espressione di Antonio Gramsci. L’unico sentimento che sembrava pervaderla, riguardava l’irresistibile e per certi versi nobile anelito ad essere finalmente accettata al governo del Paese.

Dal Partito Comunista Italiano al Partito Democratico della Sinistra, dai Democratici di Sinistra al Partito Democratico, passando per scissioni e lacerazioni di ogni tipo, in fondo di questo si è trattato: una lunga, indecorosa, perfino impolitica rincorsa per accreditarsi presso i poteri che contano, nella fattispecie quella “finanza” che ormai stava diventando l’unico soggetto in grado di dettare l’agenda politica e valoriale a tutta la frammentata e inconcludente galassia di partiti e partitini. Fra i quali spiccavano quelli abbastanza patetici di una sedicente sinistra inconcludente, irrilevante, incapace di elaborare un controcanto (e una contropolitica) rispetto alla narrazione dominante della teologia finanziaria.

Ma arriviamo all’oggi, anche perché nel mezzo c’è ben poco di significante. Oggi che il segretario del Pd Nicola Zingaretti si è dimesso con apparente sorpresa di tutti, ma soprattutto dichiarando di vergognarsi di un partito (il suo) in cui, nel bel mezzo di una pandemia che sta distruggendo la società, non si pensa ad altro che alle poltrone. L’ennesimo punto, non certo il più basso, della gloriosa Storia della sinistra italiana che declina in maniera indecorosa. Si potrebbero scrivere pagine su pagine, dicevo, ma non ce n’è bisogno. Basta un solo esempio per fotografare con cinica efficacia lo stato di degrado raggiunto da questa parte politica.

Mentre le altissime intellettualità della sedicente “sinistra” si arrovellavano sulle desinenze maschili o femminili dei direttori d’orchestra, sull’altissimo valore simbolico e perfino culturale (sic) delle esibizioni gender-fluid messe in campo da un Festival di Sanremo che su questo tema “dirimente” ha puntato parecchio in generale, il “generale” Mario Draghi sceglieva con cura i propri colonnelli. Eh sì, mentre la società dello spettacolo distraeva le masse col solito giochino del panem et circenses (litigate pura sul nulla, che al tutto ci pensiamo noi, potremmo tradurre oggi questa espressione), i partiti della sedicente sinistra (non soltanto il Pd, sia chiaro), si trovavano (e si trovano) ad appoggiare un governo capitanato dal massimo esponente del liberismo italiano.

Un signore che, dall’alto della sua indiscussa autorevolezza (altro problema della politica italiana, perlopiù e scientificamente ridotta a nani e ballerine), si circondava di collaboratori fedeli al fondamentalismo liberista (Francesco Giavazzi su tutti, ma anche Serena Sileoni, vicedirettrice del think tank ultraliberista “Bruno Leoni”), assegnava la gestione del Recovery Plan alla McKinsey (società di consulenza privata e non proprio rappresentante del capitalismo dal volto umano) e in generale programmava una politica di lacrime e sangue per il popolo di cui ci accorgeremo ben presto.

Ecco, a fronte di tutto questo, adesso noi dovremmo credere che la sinistra italiana è in crisi perché non ha sciolto il dubbio amletico (“direttore” o “direttora” d’orchestra?) e perché i “cancri” renziani ancora debilitano un partito, per il resto con le idee chiare rispetto alla difesa dei diritti e della giustizia sociale. Volendo sintetizzare, a me pare che le cose stiano piuttosto così: mentre la sinistra si arrovella sul “direttore” o la “direttora” d’orchestra, qualcun altro meno sofisticato suona davvero la musica del nostro Paese. E sono note dolenti.

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