Terrorista dei generi, B movie-maker, stracult da cinefilia, corrosivo di ironia raffinatissima: chiamatelo come vi pare, Lucio Fulci è di quei registi che non ci fossero (stati) bisognava inventarli. Dopo il grazie all’eterno sdoganatore Quentin Tarantino, arriva l’acutezza anarchica e squisitamente partenopea di Antonietta De Lillo a ritrarre questo cineasta patrimonio dell’umanità non solo cinéphile ma di “tutto il cinema, perché tutto va amato” (diceva lui), scomparso 25 anni fa e mai abbastanza celebrato.

Il documentario-ritratto Fulci Talks, che inaugura oggi l’apertura del XXX Noir in Festival (8-13 marzo) costretto online ma non per questo meno vibrante e che sarà on demand dal 10 marzo su Chili e CG Digital, non è solo un limpido ricordo di lui, ne è emanazione naturale: nato da una fluviale conversazione romana “uncut” di 30 anni fa con la regista grazie all’ “idea bizzarra” del critico Marcello Garofalo, il documentario appartiene a quel meraviglioso universo del riutilizzo di antichi materiali – si badi bene, non solo archivistici – opportunamente ri-studiati e rivestiti di nuovo senso.

Un’operazione di recycling lontano dalle muffe e vicino alla sapienza dell’ipertesto stratificato. E la cosa non sorprende arrivi proprio da De Lillo, inventrice lei stessa di generi un po’ alla stregua fulciana, capace di contaminare la sacra autorialità moltiplicandola in più voci, confondendone i ruoli, come i suoi “film partecipati” che differiscono dal tradizionale film collettivo. Una film-maker a tutto tondo che spariglia le carte, e naturalmente tifa per la donna alla regia fuori dal bonton: “Dopo aver riesumato questo incontro con Lucio, mi è venuta una voglia matta di confrontarmi con generi ai quali prima non avrei mai pensato, come l’horror e il thriller, persino il porno: sono sicura che noi donne possiamo fare dei film cattivissimi e pieni di suspense tanto quanto gli uomini”. Una dichiarazione che fa pendant con la divertita uscita di Fulci, giammai sciupafemmine, al contrario “io sono stato sciupato dalle femmine, brutto com’ero mi sono fatto sciupare (..) mi sono sempre piaciute le donne belle, che poi erano le più buone”.

E allora largo alla parola e alle immagini di e per l’artista nato nella Capitale nel 1927 che nel 1953 inizia la carriera sceneggiando con Steno (L’uomo, la bestia e la virtù, Un giorno in Pretura e Un americano a Roma). Il suo esordio è con I ladri del 1959: davanti alla macchina da presa sono Totò e Giovanna Ralli. Il finire degli anni Sessanta segnano l’inizio del suo culmine creativo grazie a titoli come Beatrice Cenci (1969), Non si sevizia un paperino (1972), Sette note in nero (1977) e altri classici del thriller/horror come Zombi (1979), Quella villa accanto al cimitero (1981) e Lo squartatore di New York (1982).

Lucio Fulci, auto-proclamatosi bugiardo (d’altra parte non era il solo, Fellini docet), che fisicamente somigliava a Orson Welles e che si definisce durante la chiacchierata un “oggetto parlante, oggetto dei vostri pensieri”, esondante di parole, provocazioni su e contro la qualunque, idee anche rubate, come quella trasmissione pensata per la Rai che lui stesso voleva condurre ma che l’emittente nazionale gli rubò “la Rai fu sempre mia ostile nemica”. Lucio Fulci, a cui per tutta la vita sono state fatte domande, ma che voleva solo essere coccolato, qualcosa che, a quanto pare, De Lillo e Garofalo sono miracolosamente riusciti a compiere, facendolo veleggiare tra i ricordi un po’ come a bordo della sua barca che mi ha “sempre salvato dalla depressione”.

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