“Una situazione alla Ionesco”. Il ristoratore stellato Romolo Giordano cita il drammaturgo romeno, celebre per il suo teatro dell’assurdo, per descrivere la ridda di ordini e contrordini sulla zona arancione del Ponente ligure. Dopo una prima, contestata distinzione tra il distretto sanitario di Ventimiglia e quello di Sanremo – bar e ristoranti chiusi nel primo, aperti nel secondo – martedì il presidente Giovanni Toti ha fatto dietrofront, decretando lo stop, dal 4 al 14 marzo, anche per gli esercizi del Sanremese. Mandando così su tutte le furie i proprietari, già attrezzati per il periodo del Festival. “La verità è che Toti sperava di salvare la settimana di Sanremo e gli incassi conseguenti”, dice Giordano, titolare per 15 anni dello storico “La Via Romana” (una stella Michelin) e ora del ristorante “Amarea”, sulla spiaggia di Bordighera, distretto ventimigliese. “Non c’era alcun motivo sanitario per differenziare i due territori. Bisognava chiudere tutto e basta, anche se so che molti miei colleghi non sono d’accordo. Invece ha voluto giocare alla roulette, ed è riuscito nell’impresa di far arrabbiare tutti: noi ventimigliesi e anche quelli di Sanremo, che hanno comprato le scorte per il Festival e sono stati chiusi da un giorno all’altro”.

All’origine del caos c’è l’ordinanza regionale n. 5 del 23 febbraio, con cui il governatore istituiva una zona “arancione rafforzato” tra Ventimiglia e Sanremo dal 24 febbraio al 5 marzo, cioè anche dopo il ritorno della Liguria in zona gialla (lunedì 1° marzo). Ma con un’importante scarto tra i Comuni del Ventimigliese (appartenenti al 1° distretto sanitario dell’Asl 1 Imperiese) e quelli del Sanremese (2° distretto): nei primi le attività di ristorazione erano sospese, nei secondi no. Una disparità poco comprensibile, se è vero – come riporta la stessa ordinanza – che nel distretto di Sanremo l’incidenza del virus nella settimana 15-21 febbraio era di 2,66 casi ogni mille abitanti, sopra la soglia di 2,5 che in base all’ultimo Dpcm impone la chiusura delle scuole. Numeri che sono andati peggiorando nei giorni seguenti, portando i dati di Sanremo a eguagliare o addirittura superare quelli di Ventimiglia (entrambi i distretti hanno superato i 3 casi/1000 ab. nella settimana 21-28 febbraio) e spingendo Toti alla marcia indietro: con l’ordinanza n. 6 del 2 marzo la Regione ha disposto “l’estensione ai Comuni del distretto n. 2 Sanremese delle misure applicate al distretto n. 1 Ventimigliese”, cioè la chiusura di bar e ristoranti, a partire dalla mezzanotte di giovedì 4 marzo e fino a quella di lunedì 15.

Così i ristoratori di Sanremo, nel bel mezzo della settimana più importante dell’anno, dovranno chiudere i battenti da un giorno all’altro. “Una follia, una decisione assurda. Avevamo preparato la linea per tutta la settimana. Cosa costava a Toti tenere aperto tre giorni in più? Non si rendono conto che la gente è alla fame, non si può scaricare tutto sulla ristorazione”, si sfoga a Ilfattoquotidiano.it Roberto Berio, già caporedattore del Secolo XIX e ora titolare del Glam Villa Noseda, noto ristorante della città dei fiori. “Questi politici non conoscono la realtà, non sanno che ci sono dipendenti senza cassa integrazione da mesi. Pretendono di inseguire il virus ogni giorno, come se fosse possibile. E si lavano la coscienza con noi, senza intervenire dove il virus circola davvero: scuole, uffici, trasporti”. “I dati del Ponente sono pessimi da inizio febbraio. L’errore è stato a monte: bisognava lavorare per arrivare preparati a un appuntamento importante come la kermesse”, dice al Fatto.it il consigliere regionale Pd Enrico Ioculano, sindaco di Ventimiglia fino al 2019. “Avevo interrogato Toti sul tema già il 8 febbraio, ma ha scelto di non fare nulla aspettando l’ultimo momento. E mettendo ancor più alla prova un intero settore”.

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