“Riaprire un teatro oggi è un gesto punk, anarchico, fuori da ogni regola. Ma anche una speranza per il futuro. Non è stato esattamente facile. Ma ci abbiamo creduto. E ce l’abbiamo fatta”. È un messaggio davvero forte quello lanciato oggi da Pierpaolo Piccioli che, per presentare la sua nuova Valentino Act Collection, ha voluto riaprire, anche se solo per qualche ora, il Piccolo Teatro Strehler di Milano. Un atto politico, oltre che d’amore e vicinanza a tutto il mondo della cultura. “Il mio lavoro, come designer, è fare moda e attraverso la moda si possono dire tante cose“, spiega il direttore creativo di Valentino a una cerchia ristretta di giornalisti (tutti rigorosamente tamponati) durante la conferenza stampa tenuta proprio nella balconata del Piccolo. “La moda è politica, è portare dei valori, è emozione, oltre che un linguaggio. Il mio linguaggio. Attraverso la moda io penso di poter dire quello che penso: per questo fare qui questa sfilata è un atto – prosegue Piccioli -. Tanto più che il Piccolo è nato proprio, nel ’46, come simbolo della lotta per la libertà e per i diritti: in questo momento cruciale ho voluto ripartire proprio da qui, portando la moda sul palco e Cosima nel foyer. In questi mesi ciò che mi è mancato di più è stata proprio la condivisione dei valori e delle idee: abbiamo bisogno di mantenere viva la cultura perché la cultura è vita”.

La storia progressista del Piccolo Teatro Strehler è la cornice nient’affatto casuale dell’umanesimo di Piccioli, che si traduce in una collezione che mette al centro la persona in quanto tale, con la sua unicità e personalità, fatta di pezzi identici per l’uomo e la donna che vanno a comporre un guardaroba coerente e interscambiabile. “In questa collezione ho voluto creare capi pieni di memorie dei codici della Maison ma senza ridondanza, senza nostalgia del passato, ma che fosse piuttosto un punto di partenza per il futuro, per una nuova generazione fatta di umanità“, racconta il direttore creativo, mentre accanto a lui, su un monitor, scorrono le immagini della sfilata. “C’è l’idea di un romanticismo più intimo e personale, legato all’erotismo e alla sensualità. Non c’è la donna sexy o l’uomo macho, non ci sono stereotipi, sono solo persone e come tali ci sono rappresentate tante sfaccettature. Nessun cliché, anche nella scelta dei modelli abbiamo cercato prima di tutto persone, non facce conosciute. Quello che volevo era una fotografia in bianco e nero di un romanticismo nuovo, più personale, fatto di umanità”.

Una scelta assertiva, quella di Pierpaolo Piccioli, rispetto alla moda, alla sua moda, quella che è stata protagonista sul palco. La rottura è totale: il caleidoscopio di colori delle ultime sue collezioni si fonde nell’assolutismo del bianco e del nero, la cui purezza è spezzata solo da gocce d’oro. I volumi esagerati dell’Haute Couture 2021 sono azzerati. Al loro posto c’è un bipolarismo essenziale e straordinario: solo due silhouette, corta e lunga; tacchi altissimi o stivali; trasparenze o layering; borchie o matelassé. Veder sfilare queste creazioni pure e rigorose mentre in sottofondo la voce calda e passionale della cantante londinese Cosima intona “Nothing compares to you” è da brividi. Piccioli ha fatto un drastico “atto di moda” ispirato alla poetica di Lucio Fontana: ha tagliato, scorciato, lavorato per sottrazione di volumi e colori. Un gesto estremo, una reductio ad unum, che ha dato massima centralità alla sartorialità e affermato una nuova estetica sensuale e romantica in modo assolutamente non convenzionale, piena di memoria ma non nostalgica. Giacche e cappotti si trasformano in cappe, il capo essenza della couture. L’idea dell’alta moda è declinata in capi portabilissimi, sopratutto dai più giovani. Ma l’assoluta sartorialità si vede anche nella maglieria, l’elemento più basic che ora assume una centralità inaudita, con le fantasie geometriche letteralmente tagliate, per dare un effetto optical con la camicia bianca sottostante. Il susseguirsi dei capi è ipnotico e l’occhio ricade sugli accessori, che in questa poetica hanno ruolo centrale. D’altra parte non poteva essere altrimenti, vista la storia personale di Piccioli.

C’è tutta la storia della Maison in questa Valentino Act Collection ma è tutto nuovo. C’è una sensualità meno scontata, un romanticismo che nulla ha che vedere con i suoi stereotipi e tanti, tantissimi rimandi al passato. La tradizione di Garavani è stata rielaborata attraverso il bianco e nero e il risultato è un’estetica completamente nuova, radicale, asciutta. In questi vent’anni alla Valentino, Piccioli ha interiorizzato tutti i canoni facendone memoria ed è a quelle memorie che ha attinto per realizzare questi capi. Il primo pensiero va infatti alla Collezione bianca del 1968 ma anche alla Hoffman dell’89 ma non c’è niente di tutto ciò se non una suggestione, quello che gli è “rimasto addosso di quei capi”. Un’identità personale che si rispecchia in capi nuovi per una nuova generazione: “Per me questa collezione è un segno di speranza per una generazione nuova. Proprio una speranza in un’umanità più autentica”, sottolinea Piccioli. Autentica come l’emozione che lui ha fatto provare nel tornare, dopo tanto tempo, a teatro. E come il brivido di meraviglia che ha suscitato il lampo finale di luce bianca che ha spezzato l’oscurità profonda del palco, prima di lasciare spazio al rosso e agli applausi. E così, lo stilista che sognava di fare il regista, ha coronato appieno quel sogno.

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